Stupiscono le parole sul genocidio armeno. Non quelle del Papa, che ha solo detto quel che è ormai riconosciuto – o in via di crescente riconoscimento – a livello internazionale. Stupiscono le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, che in un programma televisivo ieri, nel ricordare che il governo italiano “non ha preso una posizione ufficiale”, ha detto che “non è opportuno dare una verità di Stato”, perché “non è compito dei governi decidere cosa sia successo 100 anni fa, spetta agli storici”.

Eppure l’Italia, sebbene solo a livello parlamentare, ha già riconosciuto il genocidio armeno come tale. E’ avvenuto nel 2000, con una risoluzione della Camera dei deputati.

Certo, non si tratta di un atto vincolante per il governo, ma comunque di un significativo “atto di indirizzo volto a manifestare orientamenti o a definire indirizzi su specifici argomenti”.

Avere il coraggio di parlare del genocidio armeno, e di condannarlo come tale, appare oggi come un problema non solo storico ma anche politico, che come tale non riguarda gli armeni soltanto, ma assume un carattere più generale. Infatti, come ben osservato da Paolo Lepri, è difficile impedire che le tragedie si ripetano se non si usano le parole giuste . Così quando il sottosegretario alla Presidenza del nostro governo dichiara che “con la Turchia stiamo affrontando i problemi di oggi, non di cento anni fa: diritti umani, minoranze e democrazia” si sente immediatamente che qualcosa stride, specie nel momento in cui il Parlamento Europeo ha posto il riconoscimento del genocidio armeno da parte dello Stato turco quale precondizione per l’ingresso della Turchia alla Unione Europea.

Di certo le parole del nostro sottosegretario Gozi non attribuiscono il giusto significato alla risoluzione parlamentare di cui sopra, né tanto meno alla posizione del Parlamento Europeo. Proprio il riconoscimento del genocidio armeno rappresenta tuttora uno degli ostacoli principali all’ingresso della Turchia in una Europa che è (o ama ritenersi) fondata sui diritti umani. Come si può in buona fede auspicare che le relazioni tra Turchia e Armenia siano normalizzate al più presto possibile, mettendo in atto i Protocolli firmati del 2008, come ha dichiarato Maja Kocijancic la portavoce dell’alto rappresentante in Europa Federica Mogherini e che “la riconciliazione è il fondamento chiave del progetto europeo e dei suoi valori”, quando la Turchia si rifiuta ostinatamente di riconoscere la dimensione di quanto avvenuto un secolo fa? Quale riconciliazione può esserci per le vittime che si vedono negato il loro status?

Il governo turco, che ovviamente non ha responsabilità dirette per i fatti di allora, ha infatti sempre reagito in modo estremamente duro e scomposto alle accuse di genocidio; lo stesso ha fatto ora in occasione delle recenti esternazioni del Papa, tentando maldestramente di accostare il vescovo di Roma ai nazisti (in quanto l’Argentina avrebbe offerto rifugio ai criminali nazisti in fuga dopo la seconda guerra mondiale). Si percepisce in ogni caso il grande nervosismo all’approssimarsi del centenario del 24 aprile 1915, simbolica data divenuta per gli armeni momento della memoria.

Sono più di venti i paesi che – contrariamente alla linea ufficiale turca – riconoscono che i massacri avvenuti un secolo fa ad opera dell’Impero ottomano contro il popolo armeno integrano la fattispecie di genocidio. Tra questi la Russia, la Svizzera, la Finlandia, la Svezia, la Slovacchia, la Grecia, la Polonia, la Lituania e – ovviamente – il Vaticano.

Quanto alla Turchia, la repressione nei confronti di coloro che parlano di genocidio degli armeni è notoriamente molto severa: l’autorevole storico Taner Akçam fu arrestato nel 1976 e condannato a dieci anni di reclusione per i suoi scritti, tra i primi a indicare chiaramente come genocidio i massacri degli armeni del secolo scorso.

Ma se in Turchia affermare il genocidio degli armeni è punibile ai sensi dell’art. 301 del codice penale con pene anche molto severe, in Francia sotto Sarkozy, alcuni dicono per ragioni di opportunismo politico, si è arrivati addirittura al risultato diametralmente opposto: una legge francese del 2012 vietava di negare il genocidio armeno, punendo tale condotta con sanzioni fino ad un anno di carcere e 45.000 euro di multa. Tale disposizione è stata poi dichiarata incostituzionale perché in contrasto con la libertà di espressione. Senza volerci dilungare sulle criticità del negazionismo come reato, tema sul quale altri colleghi, come Emanuela Fronza, Sandro Gamberini e Gabriele della Morte, sono già intervenuti in modo autorevole ed esaustivo, è interessante qui giusto notare come lo strumento penale possa essere distorto tanto in un senso quanto nell’altro per scopi politici.

In proposito, forse è bene ricordare cosa sia il genocidio da un punto di vista penalistico. La Convenzione Onu del 1948 dispone che per genocidio si intendono una serie di atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: (a) uccisione di membri del gruppo; (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; (c) sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Certo, nessun giudice ha finora accertato che da un punto di vista strettamente penalistico i massacri avvenuti nel 1915 potessero integrare la nozione di genocidio come definito nella Convenzione Onu e oggi dall’art. 6 dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Nessuno potrà mai essere considerato penalmente responsabile per quanto avvenuto un secolo fa: la responsabilità penale è personale e non può certo essere tramandata alle generazioni successive. Peraltro l’accertamento giudiziario del crimine di genocidio è una delle cose più complicate che si possano immaginare, perché presuppone la prova di quel particolare elemento soggettivo (ossia “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale“) che connota appunto il crimine in questione ma che rappresenta un enorme ostacolo davanti ai giudici.

Da questo punto di vista il governo turco non ha nulla da temere: e tuttavia forse Ankara teme di assumersi responsabilità che possano aprire la porta a possibili richieste di risarcimento in sede civile (sebbene il loro esito sarebbe alquanto improbabile).

In ogni caso anche solo da un punto di vista meramente storico avere il coraggio, a livello di governi, di usare le parole giuste per definire il massacro di un milione e trecentomila armeni (che per il governo turco furono al massimo mezzo milione) è importante proprio per aiutare la Turchia a “normalizzare” le sue relazioni con l’Armenia, come auspicato dal Parlamento Europeo e dai vari parlamenti nazionali, incluso quello italiano.

Una cosa è certa: mai nessuna previsione fu tanto errata come quella di Hitler che nel 1939, parlando della sua decisione di attaccare la Polonia, notava: “Alla fine, chi parla oggi ancora della distruzione degli armeni?”.

Come la storia dimostra, cento anni dopo i fatti sono in molti ancora a parlarne; e se ne parlerà a lungo ancora, finché una qualche forma di giustizia, perlomeno sotto forma di richiesta ufficiale di perdono, non sarà riconosciuta al popolo armeno.

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