“Leggete qui”. Paolo Zubani mostra un bigliettino. Dentro è racchiusa l’essenza di una delle corse più dure del mondo. “Ciao Paolo, sono passati tanti anni ma ricordo ancora quel piatto caldo che abbiamo condiviso. Jesus”. Jesus è Jesus Corredor, che in italiano suona come Gesù Corridore. Ha corso la Marathon des Sables tre volte chiudendo sempre sul podio. “Che si sia ricordato di me, a venti anni di distanza, è una testimonianza del vero spirito degli ultra trail runners”. Sono ‘matti’ che corrono nel deserto, nelle giungle, arrampicandosi su per le montagne. Distanze infinite e paesaggi da sogno. Paolo ha 61 anni, vive a Milano e la prima volta che ha affrontato il Sahara ne aveva 36. Non ha mai più mancato un appuntamento con la maratona delle sabbie. Il prossimo 3 aprile inizierà la sua avventura numero ventisette tra le dune di Erfoud e Zagora. “Per la trentesima edizione batteremo il record di partecipanti. Ci saranno più di 1300 persone al via, con una pattuglia di quaranta italiani, tra cui due donne”, spiega.

Zubani è un veterano, ha pestato così tante volte il tappeto di sabbia nella zona sud est del Marocco da essere scelto dall’organizzazione come referente per l’Italia. Da sempre, però, dei risultati se ne infischia. Il miglior piazzamento resta un 52esimo posto raccolto più di vent’anni fa. “Sono prima di tutto un viaggiatore. Avevo voglia di vivere il deserto correndolo in sicurezza. La mia ex moglie scoprì la Marathon des Sables nel 1989 leggendo la rivista Jonathan. Non avevo mai visto il Sahara. Ventisei anni dopo posso dire che mi ha cambiato la vita, non solo per le amicizie”. Quella marcia cadenzata di 250 chilometri tra silenzio e sudore è nata da un’avventura solitaria del fotografo francese Patrick Bauer. Era il 1984. La primavera successiva avrebbe visto la luce la prima Marathon. Paolo è arrivato poco dopo con il suo modo di viverla. Così ha partorito la Teoria del frigorifero: “E’ sempre un piacere tornare a vivere per una settimana come la maggior parte della popolazione mondiale. È un po’ un modo per espiare la nostra opulenza. A ogni rientro dal Marocco riscopro il valore di una doccia calda e di un frigorifero pieno”. Anche se tra i partecipanti quella di Zubani non è visione universalmente condivisa, anzi. “Basta metterci piede una volta per capire che anche nel deserto c’è chi fa uso di doping. Dicono di prendere l’aspirina, ma io non ne ho mai visto barattoli grandi quanto quelli che girano nelle tende. È un segno dei tempi. Allo stesso modo non mi capacito di chi viene tra le dune solo per poter dire di aver partecipato alla ‘des Sables’. A me, molto più semplicemente, piace correre nel deserto e conoscere le persone che lo vivono”. Lungo il tragitto è facile incontrare la popolazione locale, alla quale Zubani si è ormai affezionato: “Non ha alcuna aspettativa in più rispetto a quel poco che possiede. Questo rende quella gente serena. Il loro stato d’animo traspare e ti contagia. Quando sono in cima a uno jebel mi guardo attorno e ritrovo me stesso”.

Un quarto di secolo accompagnato dal Sahara ha lasciato tanti ricordi e insegnato cosa temere della lunga distesa di sabbia. “Il freddo, prima di tutto. Ti sfianca più del caldo umido o di un percorso particolarmente impegnativo. Poi scorpioni e serpenti e improvvisi temporali. Sembrerà paradossale, ma nel deserto c’è gente che è morta annegata”. L’imperativo resta non perdersi, come accade a Mauro Prosperi, olimpionico di pentathlon a Los Angeles, che nel 1994 scomparve per dieci giorni. Anni dopo ha raccontato di essere sopravvissuto mangiando pipistrelli e bevendo urina. Ma anche se non si perde la bussola bisogna prestare attenzione alle provviste. I partecipanti devono essere autosufficienti e lo zaino può avere un peso variabile tra i 6,5 e i 15 chili. Riempirlo – tra cibo liofilizzato, tenda, coperte e altri elementi indispensabili – diventa un tetris decisivo per riuscire a sopravvivere. “Ogni anno perdo almeno quattro chili. È un po’ la mia beauty farm”. La solitudine invece non è un problema. Una delle edizioni più belle resta quella del 1991, appena 109 partecipanti mentre i carri armati correvano verso i pozzi petroliferi del Kuwait. “Percorsi una tappa di 42 chilometri senza superare nessuno né essere sorpassato da altri concorrenti. Un giorno intero da solo nel deserto”. A poche ore dalla partenza trovate Paolo sulla Montagnetta di San Siro, dove sta perfezionando la preparazione. Poi chiuderà il suo zaino. “Non manca mai una lattina di birra: fa benissimo”. Per i sali minerali, immaginiamo. “Ma va’, per il gusto. La apro il quarto giorno, mi metto seduto e mi godo il panorama”. Altro che happy hour lungo i Navigli.

Twitter: @AndreaTundo1

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