Dopo i timidi tentativi di Fabio Fazio il Sanremo di Carlo Conti torna alla sua ormai autentica e radicata vocazione: quello di essere un evento eminentemente televisivo. Della musica si parlerà pochissimo, come al solito. E se negli anni scorsi qualche motivo per sorbirsi le oltre 20 ore di sbrodolata televisiva, improbabili ospitate e siparietti vari c’era (motivi che si chiamavano Daniele Silvestri, Max Gazzè, Almamegretta, Elio e le Storie Tese, Renzo Rubino, Cristiano De André, Perturbazione ecc), quest’anno chi ama la canzone d’autore potrà tranquillamente, senza rimpianti, tenere la tv spenta. E magari dedicare quel tempo a cercare e a scoprire “la musica che gira intorno”, lontano da Sanremo, che è tantissima e che faticosamente porta avanti una nobile tradizione italiana.

E attenzione, non stiamo parlando (solo) di musica d’élite, impegnata, ostica, magari vagamente depressiva, come spesso chi ragiona per luoghi comuni tende a dipingere la canzone d’autore. La musica che gira intorno – lontano da Sanremo – comprende un po’ di tutto, anche chi, per esempio, prova a fare del pop d’autore, una musica che sa conciliare la facilità d’ascolto, il gusto per la melodia “all’italiana” con testi mai banali, capaci ancora di raccontare storie ed emozioni.

Un esempio valga per tutti. Si chiamano Sulutumana (che in dialetto significa “sul divano”) e sono una band che affonda le sue radici in quel triangolo di terra che sta in mezzo ai due rami del Lago di Como. Da quelle parti sono, dopo più di venti anni di attività, una specie di istituzione, anni di gavetta live, dalle sagre di paese a serate sold out al Teatro Sociale di Como, una lunga collaborazione con il conterraneo Andrea Vitali, che li usa come “colonna sonora” di tutte le presentazioni dei suoi libri, una manciata di dischi autoprodotti alle spalle (tra cui un pregevolissimo filone destinato ai bambini), un premio importante come esordienti nel 2000 al Premio Tenco. Nella stessa zona vive anche un signore che si chiama Piero Cassano, che di Sanremo è un vero esperto, visto che con i Matia Bazar ha calcato quel palco decine di volte. E che, dopo averli scoperti, ha deciso di non abbandonarli più, diventandone il produttore.

Il risultato si chiama “Dove tutto ricomincerà”, prodotto e arrangiato appunto da Piero Cassano e Fabio Perversi (altro membro dei Matia Bazar) e – a mio personalissimo e sindacabilissimo giudizio – un disco perfetto, nel suo genere. Che, è appunto, il pop d’autore e che significa, appunto, giusta miscela tra facilità d’ascolto, arrangiamenti di altissimo livello, testi di grande maturità, autorialità non disgiunta da una capacità di “arrivare” a tutti. Insomma, un prodotto che in un Paese normale – in un Paese dove gli unici nomi nuovi capaci di uscire di emergere dallo sfondo per conquistare la ribalta non provenissero dai “talent” – avrebbe tutto il diritto di raggiungere “un grande pubblico”. Come ha scritto qualche tempo fa sul blog de ilfattoquotidiano.it Pasquale Rinaldis, «basterebbe loro qualche piccolo compromesso per uscire dalla “nicchia”, ma non sembrano o probabilmente non saranno mai concilianti». Aggiungo io: per fortuna.

Nel loro viaggio iniziato con il folgorante esordio “La Danza”, i Sulutumana sono stati come una piccola enciclopedia vagante del meglio della canzone italiana: c’erano Paolo Conte e Fossati, De André e Gorni Kramer, la grande melodia di derivazione operistica e la tradizione popolare, il jazz, il pop e il rock.

“Dove tutto ricomincerà” è un disco più compatto, meno “enciclopedico”, più uniforme nelle ascendenze folk-pop, di forte matrice acustica. C’è meno fisarmonica e più chitarra, per intenderci. Ci sono, però, sempre, i testi e la voce del cantante del gruppo, Giambattista Galli, che del viaggio passato (e anche dall’incontro con un mago della penna come Andrea Vitali) ha saputo trar frutto. I suoi testi sanno spaziare dal racconto minimalista (come nel caso di “Marta”, storia di una bambina che diventa adolescente) alla riflessione filosofica (“Dove tutto ricomincerà”, la title track), sanno raccontare i tempi di oggi con immagini folgoranti (“Il mio tempo migliore”, una delle canzoni migliori del disco), affrontare temi scabrosi senza retorica (“La rosa e il coltello”, sul femminicidio, “Canzone ipocrita”, sull’omofobia e le sue conseguenze), parlare d’amore senza scontatezza (“Canta la pioggia”, “I baci elettrici”), richiamare echi letterari, poetici e cinematografici (“Dimmi”, ispirato a una poesia di Oriah Mountain, “Lo spaventapasseri”, omaggio a Syd Barret, “Occhi al soffitto”, canzone sulla creazione artistica, “Per mano”, colonna sonora del corto “Il folle sogno di un mondo impossibile”).

Ora, confrontate questo piccolo riassunto con il consunto repertorio di canzoncine d’amore che stanno per inondare l’etere dalla città dei fiori, con il più classico armamentario di cuori, stelle, vento che per il 90% occupa i testi del Festival e capirete perché chi ci tiene ancora un poco alla canzone vada a Sanremo soltanto quando c’è il Premio Tenco. E che per il resto cerchi il meglio della “musica che gira intorno” in altri circuiti e in altri luoghi. Per esempio, in quel triangolo tra i due rami del Lago di Como.

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