La parola fine alla lunga vicenda di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni è stata scritta con il rientro in Italia, dopo cinque lunghi anni passati nel carcere della città indiana di Varanasi dopo una condanna all’ergastolo per omicidio che la Corte Suprema ha infine annullato. Ad accoglierli al terminal degli arrivi a Malpensa, i genitori e gli amici: “Perché piango? Perché ho atteso questo momento per cinque anni”, dice uno di loro abbracciando Tomaso. I giudici di primo e secondo grado li avevano ritenuti colpevoli della morte del loro compagno di viaggio Francesco Montis. Evento, ancora oggi non del tutto chiarito, avvenuto il 4 febbraio 2010 nella stanza del Buddha Hotel in cui i tre alloggiavano per visitare la più santa delle città indiane. “Gli avvocati ci dicevano di non preoccuparci – racconta Tomaso all’Ansa – che l’impianto accusatorio non era solido. E dopo la condanna in primo grado ci continuavano ad assicurare che l’Alta Corte avrebbe fatto giustizia e saremmo stati assolti. Poi, invece, l’esperienza del carcere: “Ma il fatto di essere bianchi – aggiunge lui – alla fine ci ha aiutato. Siamo stati trattati con rispetto e non abbiamo mai subito violenze. Le cose che a volte si leggono sul sistema carcerario indiano non sono poi così vere”. “Comunque nel reparto femminile non è stata facile – aggiunge Elisabetta. “Non c’era quasi comunicazione con le altre donne. Non si sapeva di cosa parlare. E poi, mi sento di dirlo, c’era ipocrisia nel modo di rivolgersi a me. Amavano sparlare dietro le mie spalle”. Niente più India, dunque? “Per ora guardiamo al futuro. Ma in India torneremo, se ci lasciano tornare. E la prima tappa sarà certo Varanasi, dove abbiamo lasciato molti amici. E’ da là – concludono – che vorremmo ricominciare per sanare definitivamente questa nostra ferita”

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