L’Italia può farcela, e può farcela da sola. Ma intendiamoci bene: “da sola” significa sciolta da un vincolo monetario che, per i suoi errori di progetto (ammessi dallo stesso vicepresidente della Bce, come abbiamo visto), che si traducono nell’atteggiamento schizoide rispetto al ruolo di Stato e mercato su cui ci siamo lungamente soffermati, sta portando un intero continente al suicidio. Sarebbe “retorica europeista di maniera”, come diceva il presidente Napolitano nel 1978, assimilare la scelta strategica di recuperare sovranità e flessibilità a un’opposizione al progetto europeo.

Non si tratta di opporsi all’“Europa”. Non si tratta di mollare gli ormeggi e vagare per il Mediterraneo (dove, fra l’altro, tutto saremmo tranne che soli, anche per effetto delle lungimiranti politiche di questa Europa che porta la pace, e che ha contribuito a trasformare la fascia costiera meridionale del Mare nostrum in un focolaio di disperazione e morte, lasciando a noi, e solo a noi, l’incombenza di gestirne le inevitabili conseguenze umanitarie: basti pensare alla vicenda libica, nella quale gli interessi del nostro paese e, visti i risultati, delle stesse popolazioni coinvolte, sono stati fortemente compromessi da iniziative di altri paesi, non particolarmente coordinate a livello europeo).

Si tratta di riconoscere che l’“Europa” non funziona perché non può funzionare, perché le élite che l’hanno costruita hanno dichiarato guerra non solo alle classi subalterne, ma anche e soprattutto alla logica (economica e politica).

Si tratta di prendere atto di questo errore e di trarne le conclusioni, che poi sono quelle a cui il Nobel James Meade era già arrivato nel 1957: finché persisteranno disparità strutturali rilevanti fra i Paesi europei, di tale entità per cui sia utopistico ovviare con dei trasferimenti, un percorso ordinato di integrazione economica e politica richiede che si mantenga la flessibilità dei cambi nazionali. I trasferimenti necessari per riportare un minimo di equilibrio strutturale in Europa sarebbero di un ordine di grandezza politicamente insostenibile per la Germania. Nessuno, fra l’altro, constata mai il rovescio della medaglia: se da un lato una politica di trasferimenti è improponibile per il Nord, che non vuole pagare, c’è da chiedersi quanto sia politicamente proponibile chiedere al Sud di vivere perennemente con il cappello in mano, mendicando sua vita frusto a frusto, e questo quando esiste da sempre la certezza tecnica, e ormai da un po’ anche la consapevolezza diffusa, che italiani, spagnoli, greci, portoghesi, potrebbero vivere benissimo a modo loro a casa loro, come hanno fatto per millenni, con risultati spesso superiori a quelli raggiunti dai cugini del Nord. Siamo proprio sicuri che gli italiani, nonostante gli sforzi titanici della propaganda autorazzista condotta dagli Scalfari, dai de Bortoli, dai Napoletano, accetterebbero questa vita da pezzenti? E siamo sicuri che chiedere l’altrui misericordia sia l’atteggiamento politico corretto per farsi rispettare in Europa?

Notate anche l’amaro dettaglio che, come sempre, fa la delizia, o in questo caso il disgusto, dell’intenditore. Meade parlava di maggior ricorso alla flessibilità del cambio come strumento difensivo nei riguardi di comportamenti ostruzionistici da parte della Germania (ecce hoc novum est!), e ne parlava nel 1957, quando il regime di cambi fissi (ma aggiustabili) di Bretton Woods era in pieno vigore e Triffin non ne aveva ancora evidenziato le incoerenze, le aporie logiche. In una temperie culturale in cui era egemone l’idea della rigidità, Meade indicava chiaramente, senza troppe formule, ma con il giusto quantitativo di logica, il da farsi: ricorrere alla flessibilità. Oggi, nel momento in cui l’egemonia culturale della rigidità si sgretola a livello mondiale, nel momento in cui perfino il Fondo monetario internazionale interviene a chiarire che il progetto di cambio fisso europeo è in controtendenza e creerà problemi, nel momento in cui ciò che Meade vedeva si sta realizzando, noi, qui, continuiamo a considerare tabù quello che da sempre (anche sotto il gold standard) è stato un normale strumento di regolazione degli squilibri: lasciare che un Paese abbia, nel bene e nel male, una valuta che rifletta i risultati economici della sua comunità nazionale.

A questo scopo è essenziale che si capisca che il ripristino di un minimo di razionalità economica, il ripristino della flessibilità buona, il seguire (anziché l’opporsi) alle grandi correnti della storia, che quella direzione indicano, è l’unica possibilità che abbiamo per tentare un percorso di mediazione degli interessi in gioco, sia a livello nazionale che a livello internazionale, ed evitare un conflitto catastrofico. Questo perché una razionale gestione dei rapporti internazionali richiede, come abbiamo osservato parlando del tracollo di Bretton Woods, che gli scambi siano gestiti in modo da garantire un sostanziale equilibrio nel lungo periodo, evitando l’accumulazione di sbilanci persistenti. Allo stato attuale l’istituzione più semplice da implementare per contribuire a questo processo in seno all’Unione europea è il ripristino di una naturale flessibilità del cambio fra Paesi membri, almeno finché questi avranno diversi mercati del lavoro (mentre, di converso ogni tentativo di introdurre il cambio fisso in Europa è sfociato in una crisi, prima nel 1992, e poi nel 2008).

Se si ritiene, come chi scrive, che l’integrazione economica europea sia un valore da perseguire, il percorso giusto è ancora oggi quello che ci additavano gli economisti degli anni Cinquanta e Sessanta: abolita l’aberrante integrazione monetaria, ricominciare dall’integrazione delle economie reali, cioè dei mercati del lavoro, dei sistemi previdenziali, dei sistemi educativi, mantenendo fra le economie nazionali quei normali presidi dati dall’autonomia delle politiche fiscali, monetarie e valutarie. Cooperazione e coordinamento possono realizzarsi anche senza integrazione, ma non senza volontà politica. Un eventuale successo di simili meccanismi di coordinamento, fra i quali quelli che abbiamo elencato, consolidato in un periodo di tempo sufficientemente lungo, garantirebbe di poter procedere verso forme di integrazione economica più penetrante, fra le quali forse anche quella monetaria, che però, fra economie allineate nei fondamentali (e quindi non sottoposte a reciproche oscillazioni dei cambio di ampiezza preoccupante), diventerebbe, come ci siamo già detti, sostanzialmente inutile.

Un eventuale insuccesso di questa sperimentazione, viceversa, segnalerebbe che la volontà politica che anima l’Europa dopo l’euro sarebbe la stessa che ha operato finora nell’Eurozona: quella della sopraffazione, della guerra di tutti contro tutti, dichiarata dal più forte e gestita secondo le sue regole. E allora, posti di fronte a questo dato di fatto, bisognerebbe riconoscere, molto a malincuore, l’opportunità di andarsene ognuno per la propria strada. Un percorso forse non ottimale, ma comunque possibile per un paese come il nostro, che ha più risorse ed energie per affermarsi sul panorama dell’economia globale di quanto un’informazione distorta a beneficio di interessi esterni voglia farci credere.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 novembre 2014

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