“No alla vendita e no alla trasformazione della raffineria in deposito: a Eni chiediamo il mantenimento e lo sviluppo del sito produttivo e la presentazione di un solido piano industriale. In ballo ci sono 1200 posti di lavoro, tra diretti e indiretti: il governo deve ascoltarci”. E’ il messaggio lanciato dai lavoratori della raffineria Eni di Livorno (420 dipendenti diretti) durante lo sciopero di 8 ore indetto dalle segreterie provinciali di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec. Eni sta rivedendo le proprie strategie e non ha ancora fatto chiarezza sul futuro della raffineria livornese: le ipotesi che circolano da mesi parlano di vendita oppure di un sensibile ridimensionamento. A cornice dello sciopero un presidio davanti allo storico stabilimento di Stagno: circa 300 lavoratori, “armati” di striscioni di protesta (“Con Mattei si lavorava, con Matteo si va a casa”, “L’azionista guadagna, l’operaio che magna?”) e fischietti, hanno manifestato in strada e bloccato a singhiozzo il traffico. Presenti anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, quello di Collesalvetti Lorenzo Bacci (in pole position per diventare nuovo segretario territoriale del Pd) e il nuovo presidente della Provincia Alessandro Franchi, primo cittadino Pd di Rosignano. I lavoratori chiedono di rimanere nel gruppo del Cane a sei zampe: “Lo Stato – dice il segretario provinciale della Filctem-Cgil Fabrizio Musto – detiene il 30% di Eni: il governo deve perciò mantenere e rilanciare il sito produttivo”. Anche l’ipotesi di trasformare la raffineria in deposito viene criticata: “Sarebbe una sciagura – continua Musto – si perderebbero centinaia di posti di lavoro: con un ridimensionamento del genere lo stabilimento potrebbe arrivare a occupare non più di una cinquantina di lavoratori”.

Video di Emilia Trevisani

Anche la rsu Filctem Gianluca Persico chiama in causa il governo: “Per gli stabilimenti di Gela e Venezia un piano industriale lo si è trovato. Lo si faccia anche per Livorno”. L’ultima volta che i lavoratori della raffineria ingaggiarono un “braccio di ferro” con l’Eni fu nel 2009. L’ipotesi di vendita della raffineria tornò in soffitta dopo settimane di scioperi e proteste: sullo stabilimento avevano puntato l’attenzione gruppi libici, russi, una cordata italiana e soprattutto il fondo d’investimenti del finanziere angloamericano Gary Klesch che ha base a Ginevra. A confermare che il futuro della raffineria livornese sarebbe rimasto incerto fu a inizio 2010 lo stesso amministratore delegato Paolo Scaroni: “Fossi in voi – dichiarò al cospetto dell’allora presidente della Provincia Giorgio Kutufà – spererei in un compratore adatto alle dimensioni e alle caratteristiche dell’impianto”. Tre anni più tardi arrivò quello che sembrava essere un dietrofront: il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi annunciò infatti per Livorno un piano di investimenti da 200 milioni di euro. Poi la marcia indietro: nel 2014 tornano in bilico gli stabilimenti di Gela, Livorno, Taranto e Porto Marghera. Il futuro di Livorno sarà più chiaro la prossima settimana: il prossimo 23 ottobre dovrebbe infatti tenersi un tavolo al Minisero. I lavoratori si dicono pronti alla lotta: “Disposti a tutto per difendere il nostro posto”.

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