C’è stato un momento in cui la musica ad appannaggio dei più piccoli è passata dalla mani di Cristina D’Avena, oggi venerata dai cultori degli Anni 80 e dai frequentatori del gay pride, a quelle della nuova ondata di rapper, Emis Kill e Fedez in testa. Questo pensiero mi arriva dopo circa un’ora e mezza di concerto di Emis Killa in quel di Sirolo, ridente località turistica ai piedi del Monte Conero (più volte Emis ne parlerà, tra una canzone e l’altra, come se fossimo veramente in montagna, vedi a chiamare le colline monti…). Un concerto arrivato dopo una chiacchierata avuta col rapper nel pomeriggio, scambio di opinioni sincere, forse, avrei quasi voluto suggerire al venticinquenne di Vimercate che al momento è in testa alle classifiche radiofoniche con la sua Maracanà, vero e proprio tormentone estivo anche grazie all’essere stata usata da Sky come jingle dei mondiali, pure troppo.

La mia presa di coscienza di questo insolito passaggio di testimoni tra la occhiuta cantante dei Puffi e di Lady Oscar e i pluritatuati rapper milanesi tutti Dompe e Bella Zio è in verità legata a doppio filo alla chiacchierata di cui sopra, ed è proprio lì che è il momento di andare.

“Ho cominciato grazie a Bassi Maestro, un vero esempio per chiunque facesse rap a Milano nel decennio scorso, ma il mio avvicinarmi al rap è stato del tutto casuale, né più né meno di un genere come tutti gli altri”.

Stop. Se qualcuno di voi è un minimo avvezzo alla filosofia che anima l’hip-hop, filosofia che trova espressione nelle famose quattro discipline, rap, djing, aerosol art e break dance, non potrà che essere trasalito. Un rapper che rinnega con tanta nonchalance il suo verbo non è cosa da prendere alla leggera. Eppure Emis Killa, campione di freestyle nella seconda metà degli Anni Zero, uno di quelli su cui chiunque frequentasse le rap battle avrebbe scommesso soldi ben riposti, oggi se ne esce con una affermazione del genere, rapper per caso.

Salvo poi dire, poche battute dopo, “A me l’idea di avere un pubblico di ragazzine di dodici anni non basta, vorrei allargare il pubblico. Chiaro, ogni tanto devo strizzare l’occhio al commerciale, ma vorrei anche un seguito di adulti, gente per cui il rap è qualcosa di più.”

Questa frase, per altro letta in mille altre interviste, è l’unica crepa in un quadro altrimenti perfetto, impeccabile. Emis Killa non ne sbaglia una. È primo in classifica col suo tormentone Maracanà, raro caso di brano indipendente finito a fare da jingle per un Mondiale di calcio, non frutto di un accordo tra colossi dello spettacolo. Di conseguenza il suo secondo album ufficiale, Mercurio, è tornato in Top Ten. Tutti lo cercano per un featuring, anche se lui non sempre si concede. “Non siamo una vera scena, noi. Quella era roba di prima che il rap esplodesse come fenomeno di massa. Noi ci conosciamo, ma finita lì. Ci si chiede collaborazioni a vicenda, ma non sempre le concediamo, perché se prima l’idea era quella di fare le rime migliori, adesso si vuole vendere più dell’altro, e quindi prima di concedere un featuring si pensa se non sia un favore fatto a un avversario, si sta attenti a quando si esce con un nuovo lavoro, si fanno strategie.”

Una sorta di commercialista che guarda alla propria carriera più in termini di numeri che di arte.

E Cristina D’Avena?, direte voi.

Cristina D’Avena è lì, o meglio non c’è più, perché a scalzarla dal podio di idolo degli adolescenti e dei bambini ci ha pensato questo ragazzotto di Vimercate che affronta nei suoi brani temi quali il rapporto con i genitori della fidanzatina, i turbamenti per le mancate risposte di Dio alle nostre preghiere e altre amenità, salvo scivolare un po’ troppo spesso in argomenti off per un pubblico così giovane, come le droghe e il sesso, con un linguaggio non proprio da scuole elementari.

Un tempo c’erano i Puffi, oggi ci sono Parole di ghiaccio e Come un pitbull.

Per chiudere un aneddoto proprio del concerto, che la dice tutta su quello che sono i suoi show, quasi sempre sold out. A un certo punto, arriva in faccia al nostro l’ennesimo raggio laser che tanto si vedono negli stadi. Emis, che in un brano si paragona a Balotelli, sbotta: “Raga, smettetela di spararci laser negli occhi, che diventiamo ciechi”. Di colpo i bambini e le ragazzine sotto il palco ammutoliscono, come succederebbe a scuola di fronte al rimprovero della maestra. Emis coglie al volo la crisi e torna sui suoi passi, “Raga, tranquilli, siamo qui per divertirci, mica volevo farvi la predica”. Tutti riprendono a alzare le mani e gridare.

Noi adulti, in fondo all’arena, ci guardiamo tra il divertito e il basito. L’anno che stiamo vivendo tra un anno passerà, ci diciamo parafrasando Dalla, l’estate prossima per i nostri piccoli sarà la volta di un altro idolo, di altre parole di ghiaccio, di altri tatuaggi verso cui alzare le mani.

 

 

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