Il grafico qui sotto si riferisce ai tassi di donazione degli organi, in percentuale, prevalenti in Europa e mostra l’esistenza di due gruppi di paesi: uno in cui la quasi totalità dei cittadini è donatore e un secondo in cui, invece, i valori sono molto più bassi. A uno sguardo più attento, si può notare anche la differenza tra paesi assai vicini culturalmente, come Germania (13%) e Austria (99%), o limitrofi come Belgio (94%) e Olanda (26%). Qual è il motivo di un simile scarto?

donazione-organi

Se pensate a ragioni di carattere culturale o a campagne di comunicazione massiccia, siete fuori strada. La risposta, infatti, è legata alla modalità in cui la donazione degli organi è strutturata. Nel gruppo dei paesi con i tassi più alti vige quello che si chiama sistema opt-out, vale a dire una regola di silenzio-assensoper cui si è automaticamente donatori e, in vita, si può semmai esprimere la volontà di uscire dal programma. Nei paesi con i tassi più bassi, invece, vige il sistema opt-in: l’opzione di partenza (la cosiddetta opzione di default) in questo caso è la non-donazionee, in vita, la persona può decidere altrimenti e aderire al programma di donazioni.

Un semplice accorgimento di architettura della scelta si trasforma quindi in uno strumento estremamente efficace e di impatto in una sfera con implicazioni importanti per la sanità pubblica.

Questa politica è un esempio di nudge, un termine che in italiano si può tradurre con ‘spinta gentile’ e di cui potete trovare un approfondimento qui: uno strumento in mano ai policy makers per modificare il contesto in cui una decisione viene presa e semplificarlo, garantendo così la libertà del cittadino di prendere una qualunque decisione tra le opzioni disponibili.

La parola nudge ha cominciato a interessare il dibattito pubblico nel 2009, in corrispondenza della prima edizione di quello che è diventato un best-seller, pubblicato dagli economisti Richard Thaler e Cass Sunstein (rispettivamente, Chicago University e Harvard). Il libro, disponibile anche in italiano e tradotto, appunto, con il titolo “La spinta gentile”, raccoglie in modo puntuale le possibili applicazioni dell’approccio del “paternalismo libertario” in molteplici ambiti: dalla previdenza sociale all’ambiente, dalla salute alla produttività sul lavoro, attraverso una rigorosa analisi degli studi scientifici pubblicati, nel corso degli anni, dai due studiosi e da altri gruppi di ricerca che seguono il medesimo approccio.

Attorno alla parola nudge si è sviluppato un dibattito, tutt’ora aperto, in merito al ruolo giocato dalla libertà del cittadino: se la scelta oggetto dell’intervento viene, in qualche modo, pre-ordinata, non si rischia di compromettere uno dei capisaldi degli Stati moderni?

L’efficacia di un nudge sta, in realtà, nella possibilità, per una persona, di scegliere liberamente un altro corso d’azione rispetto a quello suggerito. Non si tratta, dunque, di un obbligo, ma di un semplice pungolo cognitivo.

Il successo di questo approccio è certificato in chiave pratica dal fatto che il governo Cameron, nel 2010, ha istituito un’unità di ricerca, il Behavioural Insight Team, il cui scopo è quello di attuare, testare e adattare politiche pubbliche per le quali, spesso, viene fatto ricorso al nudge.

Al di là del dibattito sul ruolo della libertà del cittadino, l’applicazione e la diffusione del nudge rappresentano un’importante innovazione per quanto attiene a quella che viene chiamata evidence based policy: il ricorso a politiche fondate sull’evidenza empirica e su rigorosi test sperimentali.

Sia questo approccio scientifico sia la possibilità di risparmiare, attraverso tali interventi, molto denaro pubblico all’insegna di una maggiore efficienza, costituiscono una sfida per integrare gli approcci tradizionali del decisore pubblico e individuare nuove modalità in grado di modificare la struttura degli incentivi attraverso cui una persona opera una certa scelta.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Spending review, chi l’ha vista?

next
Articolo Successivo

Gerontocrazia pubblica: per fortuna, la dirigenza uscirà a 70 anni

next