Qualche giorno fa chiacchieravo con Marcello Fois, parlavamo della narrazione tradizionale, a cui entrambi crediamo. Dicevamo che in fondo la letteratura da Omero a Roth è poi quella roba lì: raccontare delle storie. Che tutti gli sperimentalismi, per quanto interessanti, in fondo sono solo dei momenti di passaggio, perché anche nella contemporaneità si sente sempre il bisogno di tornare alla narrazione tradizionale. Nelle arti figurative è diverso: i momenti di rottura, di avanguardia, segnano una svolta e da lì non si torna più indietro. In letteratura invece no.

Bisogna però distinguere tra sperimentalismi che spesso sono trovatine inutili e sperimentalismi che invece contengono una grande ricchezza, progetti complessi. A questo proposito citavo Jennifer Egan, scrittrice che io considero grandissima. Il tempo è un bastardo (tradotto da Matteo Colombo per minimum fax), romanzo con cui ha vinto il premio Pulitzer nel 2011, è un esempio di sperimentalismo intelligente. E non gratuito. Ai livelli di Perec e Quenau, tanto per capirci. Potrebbe essere usato come un manuale di scuola di scrittura, secondo me. Perché ogni capitolo è un esercizio di stile.

Che cos’è, alla fine, un esercizio di stile? La risposta migliore è un altro libro della Egan, Scatola nera, uscito da poco sempre per minimum fax (e tradotto sempre da Matteo Colombo: e devono essere traduzioni difficilissime perché anche il traduttore è costretto a fare esercizi di stile…). Qui l’autrice si dà una regola molto precisa, cioè scrivere un’intera storia con la misura di un tweet. Tutte frasi che stanno dentro i 140 caratteri concessi da Twitter, insomma. In questo caso si tratta di una spy story, ma non importa. Quello che conta è la regola in sè. Un esercizio di stile, insomma, è una sfida della scrittura. Più la regola è severa, più la sfida è alta.

Un esercizio di stile può essere una dimostrazione di bravura (e non ci interessa, perché la dimostrazione di bravura non è compatibile con la vera letteratura) oppure una ricerca. Vediamo cosa succede alla mia lingua se la costringo con una serie di limitazioni: funziona più o meno così. Secondo me, quello che distingue uno sperimentalismo inutile da uno sperimentalismo utile è proprio questo. Perché la scrittura tende alla libertà: se tu la costringi dentro delle regole, ti accorgerai che cerca di arrivare alla libertà lo stesso. E più queste regole sono rigide, più la scrittura è costretta a inventarsi un modo per scavalcarle. Da qui, la ricchezza che dicevo poco fa. 

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