Le immagini di Prima Porta invasa dall’acqua, l’impressionante buca apertasi sula Roma-Fiumicino e poi  tutte le istantanee di una città travolta dall’Emergenza (visto che quella con la “e” minuscola è quotidiana, continua) lasciano in chi abita a Roma e non solo sentimenti di  ansia e precarietà, la sensazione di essere perennemente esposti, vulnerabili. Un malessere che solo l’ironia dei social network è riuscita un po’ a stemperare.

E tuttavia, pur avendo scritto proprio su il Fatto Quotidiano un lungo articolo sulla Roma “desperada” qualche settimana fa, non riesco del tutto a concordare con tante delle analisi fatte in questi giorni qui quotidiani. In particolare, con le critiche rivolte a Marino rispetto ad un eccesso di attenzione rivolta a progetti di smart city – di città ecologica, pedonalizzata, dove si utilizzino car sharing a emissioni zero e biciclette – rispetto alla manutenzione ordinaria, terra terra, quella che consentirebbe di sopravvivere durante le piogge, ad esempio.

Non le condivido non solo perché, nonostante una certa esasperazione verso l’aumento delle tasse locali che ormai viaggiano indisturbate (mentre il governo vanta la diminuzione delle tasse), da osservatrice maniacale delle scelte politiche dei sindaci di Roma e della città mi sento più protetta dalle prese di posizione di Marino verso abusivismi e corruzioni, lobby e sistemi di potere inespugnabili (comprese quelle del Pd romano), che da quelle di un Alemanno letteralmente inconsapevole e circondato da predoni dediti al sacco delle muncipalizzate, con tutto il disastro che ne sta derivando per tutti. Ma soprattutto perché la mentalità della prevenzione e della cura del territorio è la stessa che dovrebbe portare anche a immaginare una città lanciata anche verso un futuro progettuale, utopico almeno a breve termine (nel senso di avvicinarsi, almeno, alle grandi città europee).

Non vedo alcun contrasto tra pulire i tombini (che Alemanno ha lasciato nell’incuria più totale) e spingere l’acceleratore sulle pedonalizzazioni, sulla diffusione di veicoli elettrici e soprattutto di veicoli condivisi. I fondi saranno pochi, anzi pochissimi, ma puntare alla cosiddetta smart city non è roba da intellettuali snob, perché significa, anche, cambiare lentamente la mentalità delle persone, spingerle a pensare diversamente. Un solo esempio: sono oltre due anni che mi sono iscritta al servizio car sharing di Roma. Per quanto non perfetto, tutto sommato funziona. Ed è un modo intelligente di usare la macchina, perché la prenoti e la guidi solo quando ti serve, tra l’altro andandotene in giri per corsie preferenziali e senza pagare né benzina né parcheggio.

Ecco, vorrei vivere in una città portata fuori dall’emergenza stressante a cui i romani sono sottoposti, ma anche dove si intraveda anche un po’ di futuro, nel presente sempre uguale a se stesso. Solo un illuminista come Marino (forse persino troppo razionale, ma Roma è l’Irrazionale, una città dove se sceglie il capo dei vigili col curriculum ti ritrovi minacciato e paralizzato) o, chissà, un futuro sindaco Cinque Stelle, potrà riuscire a tenere insieme delle due cose. Anche se è dura, perché questa resta una città che quando piove si ferma (e giù è un miracolo che ieri nessuno sia morto), ma dove anche per la chiusura di poche centinaia di metri della strada che porta al monumento più famoso del mondo ci sono state proteste, polemiche, manifestazioni talmente incredibili da rasentare l’assurdo. Anzi, il barbarico.

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