L’Ocse torna a consigliare una riforma del mercato del lavoro, questa volta alla Francia. Motivazione? mentre altri paesi (Irlanda, Grecia, Spagna e Portogallo) hanno ridotto dopo la crisi i costi unitari del lavoro, in Francia questi sono continuati ad aumentare. Questa maniera di ragionare rispecchia chiaramente le limitazioni del modo di affrontare il problema degli squilibri dei conti correnti nella zona euro, in cui si pretende di utilizzare le svalutazioni dei salari come modo per migliorare la competitività… in tutti i paesi allo stesso tempo?

Il costo unitario del lavoro si ottiene come quoziente tra i salari nominali e la produttività reale (cioè, senza tenere conto dell’aumento dei prezzi). Se c’è inflazione, quindi, ci si aspetta che questo quoziente cresca. Per esempio, se l’obiettivo dell’inflazione per la zona euro è del 2%, si potrebbe raggiungere con una crescita del 2% dei costi unitari del lavoro, in modo che i salari reali crescano allo stesso modo della produttività reale, e con un margine di guadagno costante. Questo non solo è compatibile con l’obiettivo dell’inflazione, ma allo stesso tempo non ha effetti sulla redistribuzione del reddito tra salari e benefici. Un comportamento di ogni paese membro dell’Unione monetaria coerente – leale?- con l’esistenza della moneta unica e con un obiettivo di inflazione condiviso dovrebbe essere proprio quello di mantenere la crescita dei costi unitari del lavoro intorno a questo 2%, il che eviterebbe scompensi nel rapporto competitività-prezzo.

Negli anni trascorsi dalla creazione dell’Euro, quale è stato il comportamento dei diversi paesi a riguardo? La Francia ha avuto la crescita che propone l’Ocse? Il grafico 1 mostra la differenza accumulata (in percentuale) tra i costi unitari del lavoro osservati in Francia, Germania e Spagna, e quelli che avrebbero dovuto osservarsi con una crescita annua del 2%. Le conclusioni sono chiare: 1) Se c’è un paese nel quale l’evoluzione dei costi unitari di lavoro si sono accostati bene a quel punto di riferimento del 2% è la Francia. 2) Negli anni precedenti alla crisi, la Spagna registrò una crescita dei costi unitari del lavoro al di sopra del dovuto (un 13% nel 2008), ma ormai è stata già corretta completamente. Inoltre, questo aumento dei Ulc non rispecchia una pressione salariale eccessiva (i salari reali quasi non sono cresciuti e la partecipazione dei salari al reddito diminuì di 5 punti percentuale), ma la reazione dei salari nominali all’aumento stesso dei prezzi e dei margini di beneficio. 3) Il paese in cui si registra la maggiore differenza è la Germania, i cui Ulc (costi unitari del lavoro) si trovavano nel 2008 un 16% al di sotto del punto di riferimento, e ancora si trovano al di sotto (15%) di quello che sarebbe compatibile con l’obiettivo comune di inflazione. Come dire che l’origine delle differenze di competitività-prezzo interne nella zona euro non si trovano nell’eccessiva crescita dei salari nel resto dei paesi, ma che sono la conseguenza delle politiche di restrizione salariale applicate in Germania dall’inizio dell’euro, e solo molto timidamente corrette – in maniera insufficiente – negli ultimi due anni.

Quindi, perché si continua ad insistere che è necessario correggere al ribasso la crescita del Ulc? Semplicemente perché si prende sempre per virtuosa l’azione dei paesi che applicano politiche di svalutazione salariale come supposta via per migliorare la competitività: più scendono i salari, meglio è. Nel Patto dell’Euro approvato nel 2011, per esempio, si dice che si deve confrontare i Ulc con ‘lo sviluppo negli altri paesi della zona euro e con i principali soci commerciali’; non si tratta di riuscire ad ottenere una crescita dei salari compatibile con il resto degli obiettivi della politica economica, ma di fare in modo che i salari crescano al massimo allo stesso modo di quanto accade nei paesi dove crescono meno (Germania); e meno è, meglio è.

Dal 2009 (anche se non prima) gli Ulc sono aumentati in Francia qualcosa in più rispetto alla media della zona euro (grafico 2), ma è quello che era giusto aspettarsi si ai paesi con forti deficit di conti correnti si fosse chiesto di applicare le politiche di svalutazione salariale! Cosa di cui sembra dimenticarsi questo proposito è che la competitività è un concetto relativo e che non è possibile che alcuni paesi la migliorino…se altri non la peggiorano. Osservate il movimento circolare al quale conduce tutto questo: si spinge alcuni paesi a ridurre la crescita dei salari, e quando lo fanno, si raccomanda allo stesso tempo al resto dei paesi di implementare le riforme del lavoro per correggere le proprie perdite di competitività. E poi si comincia da capo! Lavoratori d’Europa, siate competitivi tra di voi!

Dove ci porta questa spirale al ribasso? Ovviamente, non verso la ripresa della crescita e del lavoro (e tanto meno alla giustizia sociale). La zona euro affronta dalla sua nascita un grave problema di mancanza di domanda interna, che non può risolvere, né compensare, con queste politiche centrate unicamente sulla crescita delle esportazioni e fondato sulla competitività salariale. Primo, perché la maggior parte del commercio europeo continua ad essere realizzato internamente, e non è possibile generalizzare il modello della crescita basata sulle esportazioni (se alcuni paesi crescono esportando, altri nel frattempo si indebiteranno, come successe negli anni precedenti alla crisi). Secondo, perché la crescita di domanda interna di alcuni paesi (Germania) di fronte al resto del mondo si traduce in supervalutazione dell’euro e maggiore deficit nel resto dei paesi dell’Unione. E, terzo e fondamentale motivo, perché le politiche di restrizione salariale hanno un effetto devastante sulla domanda interna, che si somma agli effetti negativi delle politiche dei tagli fiscali. E’ molto probabile che addirittura un forte dinamismo delle esportazioni come quello che si sta registrando in Spagna (dove rappresentano il 30% del Pil) sia sufficiente a compensare la debolezza della domanda interna: tra il 2011 e il 2013 l’apporto della domanda interna alla crescita del Pil è stata del -3,2%, mentre quella dell’esportzione è stata dell’1,4%. Il risultato: recessione e più disoccupazione.

costo-unitario del lavoro

Ma esiste anche un rischio importante che queste politiche ci conducano alla deflazione. Se nei paesi centrali l’inflazione si mantiene al di sotto del 2% (Germania: 1,6% a novembre, tasso annuale) il miglioramento della competitività attraverso i prezzi nei paesi periferici è possibile soltanto con tassi prossimi allo zero (Portogallo, 0,1: e Spagna, 0,3) o negativi (-2,9% in Grecia)

di José Uxó: Università di Castilla-La Manche e membro di econonuestra, coautore del libro ‘Fracturas y crisis en Europa‘ (Clave Intelectual – Eudeba)

 

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