Emma Bonino ha ragione: non esistono soluzioni miracolose per tragedie come quella di Catania dello scorso sabato. Chi, fuggendo da guerre o dalla fame, tenta di arrivare sulle nostre coste a bordo delle cosiddette “carrette del mare” è spinto da un vento di disperazione che nessuna ragionevolezza riesce a fermare.

È tuttavia riduttivo pensare che si tratti di un’emergenza, di un fenomeno contingente e transitorio legato ai recenti eventi nei paesi arabi. Certamente vi è stata un’impennata del numero di persone giunte sulle nostre coste a partire dalla rivoluzione tunisina del 2011, ma il fenomeno della migrazione via mare è ben più antico e tutt’altro che limitato al Mediterraneo.

Il paradosso è che viviamo in un mondo sempre più globalizzato, ma dove, per una fetta enorme di popolazione mondiale, spostarsi (a lungo termine) è stato reso sempre più arduo o pressoché impossibile. Senza dubbio nel corso di questo secolo abbiamo fatto grandissimi passi avanti nella tutela – formale – dei diritti umani, riconosciuti come universali e consacrati in una serie di strumenti giuridici internazionali, ma abbiamo anche messo in atto meccanismi di protezione (statali, comunitari, …) tali da rendere difficile esercitare questi diritti se non si fa parte della ristretta cerchia dei privilegiati. Tra questi meccanismi abbiamo adottato leggi anti-immigrazione estremamente aggressive, che hanno avuto il risultato di criminalizzare de iure o de facto l’immigrato, parola infatti troppo spesso associata all’appellativo clandestino, quasi fossero un binomio inseparabile o sinonimi. Extracomunitario poi è quasi percepito come un insulto ormai.

Ma se gettiamo lo sguardo oltre il Mediterraneo, ci accorgiamo che la situazione non è migliore dall’altra parte del mondo. Mi trovo per l’appunto in questi giorni a riflettere su questo tema da Sydney, in Australia. Il sistema australiano è uno dei più severi al mondo in materia di immigrazione e prevede la detenzione obbligatoria di tutte le persone che entrino nel paese senza un visto valido, in particolare quindi dei migranti che giungono per mare dall’Indonesia, per la maggior parte richiedenti asilo in fuga da paesi tra cui l’Afghanistan, l’Iraq, il Pakistan e lo Sri Lanka. Tale detenzione, effettuata in centri appositi situati anche al di fuori del territorio australiano e gestiti tramite società private come la “Global Solutions limited”, è indefinita nella durata e può prolungarsi per molti anni. Si stima che intorno alle 5000/6000 persone si troverebbero in centri di detenzione per immigrati tra cui, come denunciano le organizzazioni per i diritti umani, anche molti minori. Negli anni molti abusi ed errori sono stati denunciati ma la politica dei vari governi australiani non è migliorata, anzi. Tra i vari provvedimenti adottati è stato anche deciso che alcune isole australiane non sono considerate territorio nazionale ai fini dell’immigrazione o della richiesta di asilo: come se l’Italia decidesse che chi arriva a Lampedusa non arriva in Italia, per intenderci. Una recentissima decisione dell’attuale primo ministro australiano, Kevin Rudd, -presa a quanto pare più in vista delle imminenti elezioni che per rispondere ad una vera necessità – introduce una soluzione drastica: d’ora in poi nessun richiedente asilo che arrivi in Australia via nave potrà aspirare ad ottenere lo status di rifugiato in Australia. Grazie ad un accordo tra i due governi, i richiedenti asilo che tentino di raggiungere l’Australia via nave verranno mandati a Papua Nuova Guinea (paese per nulla florido rispetto all’Australia), ove potranno rimanere a vivere – qualora venga loro accordato lo status di rifugiato – o altrimenti rimandati nei loro paesi o in un qualsiasi paese terzo, ma mai poseranno piede in Australia. L’Australia, con il suo territorio sterminato e i suoi 24 milioni di abitanti, fa giustamente i suoi interessi ma non appare un bel modello quanto a politiche immigratorie.

Il fatto è che decisioni così importanti non dovrebbero essere lasciate in mano ai singoli paesi. Per quanto concerne l’Italia occorre che le misure siano prese e coordinate (come minimo) a livello europeo. Come dice Emma Bonino soluzioni miracolose non esistono; a maggior ragione, non esistono neanche soluzioni facili. Mi riferisco ai respingimenti collettivi che l’Italia aveva intrapreso nel corso del precedente governo Berlusconi, e che hanno portato ad una dura condanna del nostro paese da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Allo stesso modo critiche al sistema dei Cie come dei cosiddetti centri di accoglienza in Italia sono ormai pressanti. Diversi giuristi si sono espressi per la incostituzionalità di questi centri di detenzione mascherati (ove la privazione della libertà personale non si giustifica né come pena, né a fini cautelari, ma sarebbe volta ad evitare la dispersione degli immigrati irregolari), sottratti all’ambito del diritto penale e quindi ove gli stranieri sono privati delle garanzie riconosciute ai detenuti secondo la legge italiana. La legge prevede che lo straniero deve essere trattenuto nel centro con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza e il pieno rispetto della sua dignità (art. 14 comma 2, T.U. imm.), ma le condizioni di vita nei Cie, emerse anche grazie alle proteste degli stessi immigrati, sono state duramente censurate dai magistrati che se ne sono occupati. Il giudice di Crotone ha definito le condizioni del Cie di Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto “al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere esseri umani. E si badi, esseri umani in quanto tali, e non in quanto stranieri irregolarmente soggiornanti sul territorio nazionale; per cui lo standard qualitativo delle condizioni di alloggio non deve essere rapportato al cittadino straniero irregolare medio (magari abituato a condizioni abitative precarie), ma al cittadino medio, senza distinzione di condizione o di nazionalità o di razza”.

I giovani egiziani che l’altro giorno hanno perso la vita a pochi metri dalle nostre belle coste siciliane stavano cercando di scappare prima di essere portati in tali centri, dove sapevano sarebbero stati detenuti. Queste ennesime morti ci impongono di mettere da parte la retorica, le belle parole di cordoglio, la solidarietà a posteriori, le soluzioni emergenziali, e di elaborare una politica di lungo termine e concertata. Queste morti ci impongono di ragionare in modo diverso sulle difficilissime questioni sottostanti il fenomeno dell’immigrazione: sul concetto di cittadinanza; sull’egoismo che la difesa dei confini necessariamente comporta; sui diritti e sui doveri legati alle sovranità nazionali e all’appartenenza comunitaria. La Costituzione italiana è chiara in proposito: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Altrimenti meglio mettere da parte l’ipocrisia della universalità dei diritti umani e chiederci seriamente che fare della Convenzione Onu sullo status di rifugiato, ormai largamente disapplicata, specie in Europa.

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