Passata quasi una settimana, cerchiamo di fare il punto su quello che sappiamo (meglio, su quello che c’è stato raccontato). Luigi Preiti – l’uomo che ha ridotto in fin di vita un carabiniere, ne ha gambizzato un altro e ha rischiato di uccidere o ferire dei passanti, tra cui una donna incinta – può essere descritto così:

– ha 49 anni;

– è disoccupato, era un ottimo piastrellista;

– vive di piccoli lavori come muratore;

– è di origini calabresi (cosa di cui ci hanno informati con una certa odiosa insistenza. Calabrese, quindi?);

– si era trasferito in Piemonte;

– dopo la separazione dalla moglie, era tornato nella sua terra d’origine;

– è affetto da disturbi psichiatrici;

– no, un attimo: non ha mai sofferto di disturbi psichiatrici;

– anzi: è una persona lucida e determinata (a parte il fatto che la cronaca nera è piena di “bravissime persone”, “mai sentito alzare la voce”, “uomini docili ed educati” che una mattina si alzano e uccidono a colpi d’ascia qualcuno. Ma non basterebbe aver sparato sul collo a un carabiniere per definirlo uno squilibrato?);

Non ci è stata neanche risparmiata un’intervista al figlio di 11 anni (su questa ammetto la mia totale ignoranza, perché mi sono rifiutato di vederla. Credo che avesse a che fare con la presenza di Preiti alla comunione dello stesso figlio e con il fatto che il bambino abbia dichiarato “a mio papà voglio bene”. Una roba da Pulitzer, insomma);

E poi c’è un altro elemento. Che all’inizio sembrava marginale. Mi stupivo che ne parlassero in pochi, perché mi sembrava una cosa non di poco conto. L’attentatore si sarebbe rovinato la vita con i video poker. Si è poi parlato di biliardo, scommesse generiche. Comunque sul fatto che Preiti fosse un accanito scommettitore, sembrano concordare molte delle persone che lo conoscono. Martedì, su “Repubblica”, Michele Serra notava che gli italiani affetti da dipendenza da scommesse legali (video poker, bingo, gratta e vinci) sarebbero un milione e mezzo. Un numero enorme. In tanti si sono accusati di “essere i mandanti”. Nessuno ha fatto un “mea culpa” (neanche una parte del mondo dell’informazione che o non ha raccontato la crisi o l’ha fatto in maniera strumentale).

Qualcuno ha parlato della responsabilità dello Stato. A me sembra più interessante che lo Stato permetta ai suoi cittadini di ridursi sul lastrico, alimentando l’illusione che la tua vita, tutta d’un tratto, grattando con una moneta su un pezzo di carta, si trasformi in una favola. Un mio amico sostiene che la dicitura “Gratta e vinci” sia pubblicità ingannevole. Dovrebbero scrivere: “Gratta e forse vinci”. Siamo bombardati dalla pubblicità delle lotterie di Stato, da estrazioni ogni dieci minuti, da “Win for life“. Sarebbe da stupidi non cogliere l’occasione di vedere cambiare la propria faticosa esistenza in un secondo. Peccato che, proprio come al casinò, il banco vince sempre. E l’alibi “ma con i soldi derivanti dal gioco si finanzia la cultura” mi pare davvero ipocrita. La cultura si finanzia garantendo più risorse alla cultura. Dando soldi alla scuola pubblica, alle università, ai musei, aiutando il teatro e il cinema. Pubblicizzando le librerie e non le tabaccherie dove si vendono i gratta e vinci (e le sigarette). Basterebbe creare un tetto limite alle vincite: non so in quanti si rovinerebbero se si potessero vincere massimo 50 o 100 euro. Sarebbe come spendere la tredicesima per avere in cambio il premio della tombola dei parenti, a Natale.

Insomma, credo sarebbe più difficile farsi risucchiare la vita direttamente – o indirettamente, fate voi – dallo Stato. Ed è altrettanto chiaro che, se hai bisogno di impugnare un’arma per far valere la tua idea, vuol dire che la tua idea non vale proprio niente.

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