Si inizia fare sul serio in Romagna con la candidatura di Ravenna a capitale europea della cultura nel 2019. Dopo la rinuncia di Venezia alla gara Ue che mette in palio un milione e mezzo di euro ma soprattutto attrae milioni di turisti, il capoluogo bizantino è (quasi) obbligato a vincere.

A partire dalla pubblicazione del bando del ministero dei Beni culturali, lo scorso 21 novembre, le città concorrenti di Italia e Bulgaria (l’altro Paese coinvolto nella capitale 2019) hanno 10 mesi per formalizzare la richiesta di partecipazione presentando il dossier di pre-selezione. Ufficialmente, ai fini della competizione poco conta il prestigio tradizionale della singola città: i requisiti sono infatti quello del massimo coinvolgimento della cittadinanza, la dimensione europea delle iniziative, la cultura come laboratorio di riqualificazione urbana, ma soprattutto la fattibilità dei progetti presentati. 

Che Ravenna sia universalmente riconosciuta come la città dei mosaici o ospiti la tomba di Dante, insomma, c’entra fino a un certo punto. La città vincitrice verrà premiata da un comitato internazionale (sette membri nominati dalle istituzioni europee, sei dal governo del Paese interessato) che inizierà il proprio lavoro entro la fine del 2013 per concluderlo nel 2015, l’anno della premiazione. Sulla nomina dei 13 ‘saggi’ pesa per la quota italiana il mancato insediamento del nuovo governo, a Roma un recente incontro promosso dall’associazione Città d’arte e cultura (Cidac) per “Italia 2019” non ha registrato aggiornamenti. 
Nonostante un certo stallo istituzionale, dunque, i candidati scalpitano. I romagnoli hanno ideato l’evento-chiave “Agorà”, una tre giorni di stati generali della cultura (in presenza di decine di amministratori, esperti e degli immancabili esponenti della società civile) programmata dal 19 al 21 aprile alle artificerie Almagià di Ravenna, il laboratorio creativo della città.

All’ex opificio che si affaccia sulla Darsena, l’area al centro dell’ambizioso piano di recupero urbanistico-sociale sempre più parte integrante del progetto di candidatura, si terrà l’evento “open call” per iniziare a discutere- e a selezionare- le oltre 400 proposte collegate alla candidatura formulate finora da enti e associazioni locali (300 quelle coinvolte in tutta la Romagna, dalla bassa a Rimini, da Cesena a Cervia). Si tratta del passaggio cruciale in vista dell’esame di settembre, il lavoro vero comincia adesso. “La nostra prima adesione alla candidatura è del febbraio 2007, il nostro progetto è robusto e autorevole”, dicono il sindaco Fabrizio Matteucci e il coordinatore di Ravenna 2019 Alberto Cassani.

Sui progetti in ballo trapela poco di concreto, sia per rispettare il silenziatore acceso dalla politica (“detta come va detta, non vogliamo che la concorrenza ci copi le idee”, ammette Matteucci) sia perché le singole iniziative riversate sul tavolo vanno declinate secondo i criteri del bando. 

Certo, al momento la concorrenza sonnecchia. Chi finalmente ha deciso cosa fare è appunto Venezia: “La candidatura 2019 non porta un euro, farebbe solo arrivare altri turisti e di quelli non abbiamo bisogno. A che serve?”, ha detto un paio di settimane fa il sindaco lagunare, Giorgio Orsoni, imponendo la retromarcia al suo comitato promotore già al lavoro su un territorio forse troppo vasto o comunque meno omogeneo di quello romagnolo (oltre a Venezia si candidava, almeno sulla carta, tutto il Nord-est). Matteucci sostiene che “non cambia moltissimo, loro hanno problemi di sovraffollamento e la rinuncia non mi ha sorpreso”, ma dietro le quinte il sospiro di sollievo c’è stato. 

Cassani, già assessore comunale alla Cultura con Matteucci, calcola che si presenteranno non oltre “15-20 concorrenti” alla pre-selezione di settembre. Sono teoricamente in ballo Aosta, Bergamo, Mantova, Urbino, Siena, Perugia/Assisi, L’Aquila, Matera (che ha stretto una collaborazione con Ravenna), Caserta, Amalfi, Catanzaro, Bari, Brindisi, Lecce, Palermo, Siracusa e Carbonia. Troppe città, anche perché quelle che più hanno lavorato negli ultimi mesi sul 2019 sono Assisi (e Perugia), Matera, Siena nonostante lo scandalo Monte dei Paschi abbia tenuto in scacco le istituzioni locali anche sul fronte cultura. Bergamo guarda invece al modello Glasgow, una delle prime capitali europee della cultura (1990) che è riuscita a trasformarsi da città industriale in polo culturale di respiro internazionale- un po’ quello che vorrebbe fare Ravenna. Peccato che in Lombardia il modello scelto sia ben diverso: il comitato promotore locale ha incaricato la super manager Federica Olivares- collaboratrice del Comune di Milano in vista di Expo 2015 e docente di eventi alla Cattolica- di redigere il dossier di preselezione per almeno 700 mila euro di costi solo nei primi due anni di lavoro (servono già altri soldi per andare avanti). 

Se c’è dunque chi si butta nella mischia affidandosi ai consulenti-star, c’è anche chi come Ravenna predilige l’open call fatto in casa dell’Almagià- anche perché certe cifre in Emilia-Romagna per la cultura ormai non circolano più. Per lo staff di Ravenna 2019 sono stati spesi poco più di 250 mila euro: sufficienti per far polemizzare le opposizioni consiliari ma inferiori, ad esempio, a quelli impegnati dalla stessa Matera, dove prima del 2012 ne erano stati spesi solo 40 mila per salire poi fino a 600 mila. Polemica per polemica, l’ultimo spunto l’ha offerto il direttore d’orchestra Paolo Olmi che, proprio nelle stesse ore in cui i lagunari si ritiravano, aveva detto di vedere meglio piazzata Venezia e le città del Nord-est rispetto alla Romagna. “Se Olmi ha delle proposte si faccia avanti”, ha minimizzato Cassani.

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