«No alla delocalizzazione». Lo hanno urlato alle 18 di sabato 6 aprile i lavoratori Almaviva di tutta Italia: in contemporanea a Napoli in piazza del Plebiscito, a Palermo in piazza Politeama, a Roma al centro commerciale Cinecittà 2, e a Catania in piazza Università. «Abbiamo famiglie e mutui da pagare, quello nel call center non è più un lavoro per giovani senza responsabilità» spiegano i lavoratori del centro etneo di Misterbianco che, con una raccolta firme, chiedono al Parlamento di intervenire per «salvaguardare il lavoro in Italia». Un rischio concreto, quello dei licenziamenti, scongiurato pochi giorni fa grazie a un accordo tra le parti sociali e la multinazionale Vodafone, che ha rinunciato all’ipotesi di trasferire all’estero le proprie chiamate al servizio di assistenza clienti. Un accordo da cui dipendono 597 dei circa due mila lavoratori impiegati di Almaviva Catania. La sede etnea, secondo i sindacalisti, «produce da sola il cinquanta per cento del fatturato in Italia». La sua chiusura metterebbe a rischio tutti i quindicimila lavoratori dell’azienda a livello nazionale  di Leandro Perrotta

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