«Il congresso si fa sul Quirinale, sull’elezione del presidente della Repubblica». Difatti nel quartier generale del Pd a largo del Nazareno si respira già l’odore ferroso del clima congressuale. Congresso che dovrebbe svolgersi con calma una volta superata l’impasse istituzionale, anche se secondo gli osservatori più maliziosi «sarà l’elezione del presidente a dire se vince Bersani o Renzi, oppure perdono tutti e due». Ipotesi non scolastica nel caso in cui le ripercussioni della tensione interna provochino l’implosione del Pd. Lo dimostra il fatto che la scissione non solo viene evocata sempre più spesso dai cronisti in parlamento, ma è presa in considerazione dagli stessi esponenti del partito.

D’altronde che «l’amalgama non è riuscita» l’aveva ammesso due anni fa Massimo D’Alema in persona. Oggi lo ricorda il dalemiano Paolo Fontanelli, irritato nei riguardi dei renziani che «si comportano da partito dentro il partito». Perché il problema più immediato del Pd è precisamente quello di essere una classe dirigente in lotta ma senza partito, «una casta attaccata a simulacri di potere», come rimprovera qualche voce ignorata dall’interno. Ragion per cui l’attacco del sindaco di Firenze Matteo Renzi attraverso le colonne del Corriere della sera ha di fatto chiamato allo scoperto del confronto politico le diverse anime interne; anticipando perciò il clima da congresso che, ripetono al Nazareno, «si farà sul Quirinale»

La contesa tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi non è nuova. Ha anzi animato l’unico scampolo vero di campagna elettorale per le politiche del 2013, quello che si è svolto nell’autunno 2012 con le primarie. Già allora si erano potute misurare le differenze, non solo politiche ma personali, tra i due contendenti. Oggi che il rito delle primarie si è compiuto, seguito dal voto politico, è come se non fosse accaduto nulla e i due contendenti del Pd si ripresentassero identici senza il peso di un voto su quattro persi nelle urne che riguarda ambedue. Questo «perché la sede di palazzo Chigi è ancora vacante» e quindi «i giochi nel Pd ancora aperti».

La responsabilità di questa situazione viene attribuita al capo dello stato uscente, Giorgio Napolitano, che nel corso di 24 ore è passato dal ruolo di monarca costituzionale illuminato e quello di comunista inveterato. I dieci saggi tirati fuori dal cilindro del presidente, infatti, a lungo andare sono stati interpretati come una mossa per lasciare ancora campo aperto a Bersani nel caso di elezione di un presidente «amico», nello specifico Romano Prodi. Così almeno l’hanno vista da Palazzo Vecchio.

Si può dubitare che la leadership di Bersani rimanga salda all’interno dello stesso Pd dopo aver perso un voto su quattro e essere andato a vuoto al primo incarico sia verso i 5 stelle che verso il Pdl; tuttavia Renzi teme proprio questo. «La paura più grande del sindaco – osservano infatti dai piani bassi di Palazzo Vecchio – è che Bersani resti in gioco con l’elezione di Prodi e che se qualche 5 stelle passa in maggioranza al Senato il governo duri tutta la legislatura». Eventualità che avrebbe indotto il sindaco di Firenze a reagire prima a mezzo dichiarazioni poi con l’intervista al Corriere.

Allo stesso tempo, però, lo stesso Renzi si è infilato in un vicolo stretto dicendo larghe inteso o urne. Tanto è vero che il suo ufficio stampa ci tiene a precisare inn corso di giornata che «Matteo è per il voto» a scanso di ogni inciucio, che stare in maggioranza con Gasparri «gli fa schifo» e che «è contrario a ogni scambio Qurinale-governo». Niente larghe intese per Renzi, insomma. Anche se il sindaco teme ancora di più l’eventualità che il Pd elegga a maggioranza Prodi e che questi lasci l’incarico a Bersani. Altro che voto, come vorrebbe Renzi.

Più plausibile, allora, che nel segreto dell’urna i renziani preferiscano le larghe intese a un Prodi o chi per lui: Franco Marini, per esempio. Anche se stonerebbe alquanto con l’immagine del «rottamatore», sarebbe comunque preferibile in ottica futura. Perciò i 54 parlamentari renziani «si atterranno alle decisioni del gruppo», assicura il portavoce del sindaco di Firenze Marco Agnoletti.

Anche perché un voto in difformità, per giunta dichiarato, costituirebbe di per sé uno strappo col Pd, una rottura con cui andrebbero a nozze i numerosi detrattori di Renzi che non aspettano altro. «Non siamo usciti quando non ci voleva nessuno, figuriamoci se usciamo oggi», rimandano i renziani. Che anzi si premono di far notare come ormai «i vari Franceschini. Boccia, Letta, Finocchiaro si stanno staccando dal segretario e aspettano Matteo».

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