Per molte donne conciliare lavoro e famiglia è un esercizio acrobatico, ma per le giornaliste freelance i salti mortali non bastano. Compensi troppo bassi, assenza di servizi pubblici, orari di lavoro incompatibili con la gestione degli affetti rendono la famiglia “un lusso” che le libere professioniste dell’informazione non sempre possono concedersi.

Quello della giornalista viene ancora considerato, a torto, un mestiere da privilegiati. La realtà è molto diversa, specie per i freelance, che non possono contare sulle garanzie dei colleghi contrattualizzati. A offrire uno spaccato della loro condizione è la corrente sindacale lombarda “Nuova informazione” che ha realizzato un’indagine online su 600 giornaliste freelance lombarde: i risultati, corredati da una serie di testimonianze, sono stati raccolti in un libro, “Donne freelance: la famiglia è un lusso?”, presentato al Circolo della stampa di Milano.

I numeri sono eloquenti: per quasi il 70% delle intervistate la condizione di libera professionista ha influito in maniera significativa sulla decisione di formare una famiglia: non poter contare su uno stipendio adeguato e sicuro, né sul sostegno dei servizi pubblici (quelli privati, come le babysitter, sono troppo cari per il 30% del campione) porta queste donne a fare delle rinunce sul piano degli affetti. E spesso ad essere soffocato è proprio il desiderio di maternità: nonostante il 62,7% delle giornaliste freelance lombarde dichiari di essere sposata o convivente, il 60% non ha figli. “Non avrei problemi a conciliare famiglia e lavoro: ho problemi a mantenere una famiglia”, scrive una di loro. E un’altra: ”Non mi sento pronta ad avere un figlio: non potrei più lavorare come freelance e non ho aiuti economici. Meglio aspettare”.

La libera professione non è una scelta per molte giornaliste: il 45,8% delle intervistate è diventata freelance a seguito di un licenziamento o di una crisi aziendale, il 7,8% dopo la nascita di un figlio e il 3,9% per dedicarsi alla cura di altri membri della famiglia.

Il panorama lavorativo è molto vario: il 35,3% delle giornaliste intervistate si dedica a collaborazioni occasionali; il 12,2% lavora senza contratto, e il 27,3% dichiara di lavorare all’interno di una redazione, anche se formalmente inquadrata come collaboratrice. Per tutte, nota la ricerca, “a pesare maggiormente è la precarietà esistenziale, che destabilizza la persona e la vita sociale”. Ma anche sul fronte economico la situazione non è rosea: il 62,4% del campione ammette di percepire compensi insufficienti a contribuire fattivamente alla gestione economica della famiglia.

In generale, per le donne entrare nel mondo del lavoro giornalistico è più difficile di quanto non sia per i colleghi uomini. Lo rivela l’indagine comparativa sui percorsi di carriera, curata da Monia Azzalini dell’Osservatorio di Pavia per il gruppo sulle Pari opportunità del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti. Nonostante le donne abbiano in genere qualifiche più elevate degli uomini, fanno il loro ingresso nella professione giornalistica in età più matura – una su quattro dopo i 30 anni, contro il 15% degli uomini – e difficilmente raggiungono posizioni apicali. Anche questo studio conferma che conciliare lavoro e famiglia è estremamente complicato (per il 56% del campione) e costa sacrifici e rinunce.

“Questi dati dimostrano che dobbiamo tornare sulla strada già percorsa anni fa – ha commentato Letizia Gonzales, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia – La famiglia è diventata un lusso e le donne pagano il prezzo più alto. Dobbiamo ritrovare le parole per affermare questa discriminazione e riprenderci la nostra dignità

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