Un anno di tagli e privatizzazioni. A Lisbona l’ultimo atto, in ordine di tempo, è stata la vendita della gestione degli aeroporti del Paese al gruppo francese Vinci. Prima ancora c’era stato il passaggio della rete elettrica Edp al gigante cinese Three Gorges. In mezzo una riforma del lavoro che facilita i licenziamenti e taglia i giorni di ferie, nuove tasse su sanità e rendite, e perfino la soppressione del ministero della Cultura. Infine la legge di bilancio, definita un “massacro” e contestata da tutte le forze politiche di opposizione e dai sindacati.

In Portogallo le misure di austerity per il 2013, tra aumenti della pressione fiscale, prevedono una sforbiciata di 1 miliardo alla spesa pubblica, di un miliardo e trecento milioni ai fondi per il sociale e nuovi tagli ai dipendenti statali. Per l’esecutivo conservatore di Passos Coelho si tratterebbe solo di mantenere gli impegni presi con l’Europa. Ma il presidente del Portogallo, Anibal Cavaco Silva, dopo aver firmato il testo, ha deciso di sottoporlo alla valutazione della Corte Costituzionale, per verificare se le misure anticrisi siano legittime. “Ci sono perplessità, alcune persone saranno colpite più di altre”, ha spiegato il capo dello Stato, riconfermato alla presidenza nel 2011.

Proprio nel 2011 il Portogallo evitava il default con il prestito di 78 miliardi di euro, entrando ufficialmente nella morsa dalla troika (Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale). Fatti i compiti a casa però Lisbona sta attraversando uno dei momento più difficili della sua storia: crescita zero, un Pil che nel terzo trimestre dell’anno ha fatto registrare un calo dello 0,9 per cento al mese e del 3,5 all’anno e una svendita continua del Paese.

“La situazione si fa sempre più pesante”, racconta Luca Onesti, fotografo calabrese, da cinque anni a Lisbona, “anche se è un Paese abituato a stipendi bassi”. Gli ultimi dati parlano chiaro: Eurostat ha calcolato che nel 2010 il 16,1 per cento dei lavoratori portoghesi ha guadagnato meno di 3,40 euro l’ora, una cifra inferiore allo standard minimo fissato dall’Ue. Questo significa che più di 800mila portoghesi (su un totale di 4,98 milioni di dipendenti nel 2010) non ha superato i 590 euro al mese. Quasi un quinto della popolazione, insomma. Senza contare una disoccupazione che si aggira al 16 per cento.

“I mercati rionali, dove si vende pesce, frutta e verdura sono sempre più vuoti”, continua il fotografo italiano. “La Feira de ladra, una specie di mercatino delle pulci, è invece cresciuto tantissimo. Lì ho conosciuto gente che prima lavorava nelle costruzioni e ora ha perso il lavoro e va a vendere qualche oggetto di poco valore per tirare avanti”. D’altronde lo aveva detto anche il premier Pedro Passos Coelho, che si è impegnato a ridurre il deficit fino al 4,5 per cento del Pil, affidando il suo messaggio di fine anno a Facebook: “Questo è stato un Natale difficile a causa della crisi. Un Natale che non abbiamo meritato”.

Al governo allora non resta che consigliare l’indicibile. Nei giorni scorsi il sottosegretario alla Salute, Fernando Leal da Costa, si rivolgeva ai cittadini chiedendo loro di non andare in ospedale. “Se non si fa qualcosa per evitare di ammalarsi, nonostante nuove tassazioni, il Sistema nazionale sanitario prima o poi sarà insostenibile”. E pensare che nel 2012 Lisbona è stata eletta City of the year per la qualità della vita.

“I portoghesi nascondono un po’ la difficoltà economica di tutti i giorni e lo fanno con dignità”, spiega Onesti, che con l’amico e giornalista Daniele Coltrinari, cura il blog www.sosteniamopereira.com. “L’economia del paese è fragile, pochissima l’industria. Per ora rimane il turismo. Ma il centro di Lisbona si sta svuotando: i cittadini preferiscono abitare in periferia, a prezzi più bassi”.  

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