Mario Monti è impenitente. Il presidente del Consiglio non ammette critiche alla sua strategia e di solito le liquida, accompagnato dai suoi corifei, come populismo, questo nonostante la sospirata ripresa brilli per la sua assenza. Monti ci dice che “le riforme hanno bisogno di tempo per mostrare i propri benefici mentre i costi, ineludibili, si vedono subito” e che “alcune riforme sono state fatte dal Governo precedente che però ha lasciato moltissimo da fare in questo ultimo anno.
Chiunque si accinga a governare deve fare un’analisi attenta sulla fase in cui si trovano le riforme strutturali, alcune sono state introdotte e non attuate, altre depauperate dall’intervento delle parti sociali “e in Ottobre dichiarò a Cernobbio “pochi mesi, spero pochi, che ci mancheranno all’emergere chiaro di segni di ripresa”. Come causticamente scrive Kevin OʼRourke, professore di storia dellʼeconomia all’Università di Oxford “per gli eurofili i tempi buoni sono sempre dietro lʼangolo”. Per essere un “tecnico”, Monti ha imparato prestissimo lʼarte della politica: chiamare il fallimento “progressi” e se ciò non funziona, dare la colpa alla situazione ereditata e a fattori esterni. 

Una mossa prettamente politica, a cui siamo avvezzi, ma che non convince. Rispetto al Novembre del 2011, quando il Governo si installò, tutti gli indicatori economici segnano tempesta stabile: del mercato immobiliare che sta andando a rotoli ha detto ieri l’Istat; il debito pubblico ha continuato inesorabilmente a crescere nel 2012 ed è arrivato quasi a 2.000 miliardi di euro, il Pil barcolla e barcollerà nel 2013, la disoccupazione è alle stelle, i consumi nella polvere. Se questi sono i segni che fanno pensare a una ripresa imminente, cosa dovremmo aspettarci da una vera crisi? Se le cose sono finite così, ciò è almeno parzialmente dovuto al fallimento del Governo e lʼargomento che i pessimi risultati di oggi siano dovuti solo a gestioni precedenti e che con questi sacrifici – in senso biblico, direi io – avremo fulgidi ritorni futuri non regge perché è il Governo che non ha fatto cose che avrebbe potuto e dovuto fare .

La convinzione del Governo che la politica di rigore senza stimoli alla crescita sia lʼunica strada da percorrere sembra foriera di ulteriori disgrazie in quanto porta al rapido decrescere del denominatore del rapporto tra debito e Pil, il che influenza tale rapporto più negativamente che non un aumento del debito stesso. Alternative quali un ripensamento sulla rigidissima politica fiscale e una maggiore pressione sui partners europei per politiche espansive sostenute dalla Bce non vengono neppure prese in considerazione. Peraltro il rapporto Debito/Pil è stato, nel 1995 al suo massimo storico del 121,8 % e forse non sarebbe male capire in qual modo scese sotto il 104% nel 2004 senza politiche recessive; la lettura abbinata della dinamica del Pil con lʼandamento del rapporto debito/Pil è sufficientemente esplicativa. Per molti, ma non per Monti – scusate il bisticcio – il quale con flemma incomprensibile ha propinato e si proporrebbe di continuare a farlo se gliene fosse data incautamente la possibilità, amare medicine di austerità che si dimostrano rimedi peggiori del male.

Paul Krugman, premio Nobel per lʼeconomia, ha espresso una – amaramente – divertente metafora: I governanti europei, che egli definisce “eurocrati” sono come i medici medievali che salassavano i pazienti e quando questi stavano peggio, per la perdita di sangue, li sottoponevano a ulteriori salassi. E Wolfgang Munchau, editore associato del Financial Times, ci va giù pesante, indicando – letteralmente – come la prima cosa da fare in Italia – appena Monti ci avrà liberato della sua presenza tecnico/politica, dico io – è quella di “ sovvertire immediatamente lʼausterità; essenzialmente smontare il lavoro di Mr. Monti” e come la seconda sia quella di “confrontare Frau Merkel per spiegarle come senza un poʼ di mutualizzazione del debito sia impossibile che una nazione con oltre il 120% di rapporto debito/Pil e con decrescita in corso possa rimanere nell’Euro”.

Per le ragioni che ho espresso precedentemente concordo – nel mio piccolissimo – in maniera totale sia con Krugman che con Munchau e auspico che le prossime elezioni chiudano questa deprecabile parentesi “tecnica”. Mi piacerebbe capire quale agenda abbia in mente chi si straccia le vesti per un Monti bis, stavolta politico e come possa sostenerne lʼopportunità a fronte di risultati così disastrosi.

 
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