Matteo Renzi, in polemica con un accenno contenuto in un mio editoriale su “Il Fatto” del 10 maggio (“se non vi levate di torno (voi e tutta la nomenklatura dei burocrati grandi e piccoli, allevati come “polli in batteria” nelle manovre di corridoio e nelle stanze dei bottoni, compresi gli infiniti “giovani” nati vecchi, alla Renzi e Civati) sarà un esodo biblico verso il Movimento 5 stelle”), ha trovato quale unico argomento di risposta che “quando Flores d’Arcais veniva espulso dalla Fgci io ancora andavo all’asilo”. La risposta, riportata dal sito Dagospia, mi è sembrata di tale profondità e caratura razionale, da indurmi a mandare tramite Dagospia la seguente replica:

“E’ vero, nato nel 1944, io sono un vecchio (da tre anni ho lo sconto al cinema) che per passione civile e coerenza di ideali è rimasto giovane, Matteo Renzi è invece un giovane nato vecchio, perché cresciuto fin da tenera età nella nomenklatura della casta partitocratica. Ed è perfino incapace di scrivere due righe di polemica senza inciampare in un errore marchiano: nel 1963, quando io fui espulso dal Pci, Renzi non era affatto “all’asilo ma ancora «in mente Dei». Il buon Dio avrebbe creato ex nihilo l’anima irripetibile di Matteo Renzi solo undici anni dopo, al momento del suo concepimento”.

Valutare le persone secondo l’età anagrafica  è particolarmente stupido. Il presidente Napolitano merita critiche molto aspre, ma non certo per la sua età, visto che due suoi predecessori di analoga età, Pertini e Scalfaro, hanno meritato invece grandi elogi, e che il peggior presidente della repubblica, Cossiga, è stato anche il più giovane.

 

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