Niente più spazi pubblici concessi agli scout dei gruppi Agesci, che discrimina i gay. Soprattutto se educatori. Una presa di posizione netta che non arriva da una grande città metropolitana ma da un comune sardo, Jerzu, in Ogliastra: 3.300 abitanti circa asserragliati in montagna, ma a pochi chilometri di curve dal mare. Agli amministratori locali le posizioni degli scout cattolici secondo cui i “capi” omosessuali sono ‘un problema’, non sono proprio andate giù. Anzi, le ritengono discriminanti e “in contrasto con molte carte e trattati internazionali tra i quali la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e il Trattato di Lisbona” e per questo esprimono profondo “sdegno e disappunto”.

Da qui la decisione comunicata in una nota dall’assessore alle politiche giovanili, Gianluigi Piras (Pd), 34 anni: non verranno più lasciati agli scout cattolici gli spazi all’aria aperta e i servizi in edifici di pietra nella località rurale Sant’Antonio, a differenza di quanto accadeva ogni anno. Nel testo, inviato anche al Presidente della Repubblica, all’Agesci e alle associazioni Lgbt si citano gli articoli legislativi si stabilisce anche una clausola d’esclusione, con un’eccezione. Ossia: gli scout potranno essere di nuovo ospitati a patto che non condividano le contestatissime conclusioni del seminario-proposta educativa dello scorso novembre. E in particolare le affermazioni di padre Francesco Compagnoni. Così si legge nel documento dell’amministrazione di centrosinistra “salvo (…) apposita comunicazione del singolo gruppo scout, richiedente la concessione, a dissociarsi e a non applicare le linee guida”. Anche se in un comunicato l’Agesci ha puntualizzato che quelle posizioni erano l’espressione di singoli e non dell’associazione.

Comunque sia il dato è tratto e la polemica anche. Il sostegno allo scoutismo finora è stato dato dal Comune di Jerzu, proprio perché fondato sull'”educazione dei giovani a un civismo responsabile mediante lo sviluppo delle proprie attitudini fisiche, morali, sociali e spirituali”. Poi la doccia fredda sugli educatori gay che “sarebbero un problema”, poiché “potrebbero turbare e condizionare i giovani”. Il divieto di “coming out” poiché “il capo scout, se omosessuale, nel percorso di rafforzamento della propria identità può sentire di dover passare attraverso l’espressione pubblica del suo orientamento sessuale. Questa situazione può non essere opportuna in riferimento al percorso di crescita dei ragazzi”. E il suggerimento a rivolgersi a uno psicologo. Il tam tam è partito da Facebook sabato pomeriggio: l’assessore ha pubblicato la nota poi condivisa da vari blogger sardi e non, tra cui Ivan Scalfarotto del Pd, da sempre impegnato nella difesa dei diritti gay. Notizia subito ribattuta dal sito web dell’emittente locale, Radio Press. Nessuna provocazione, assicura l’assessore: “La concessione degli spazi è regolamentata, e noi non possiamo ospitare le associazioni che ammettono le discriminazioni. Ogni anno da giugno a luglio arrivano gli scout anche perché sono promotori di modelli educativi che vogliamo proporre ai nostri ragazzi”. Finora.

La linea di indirizzo è chiara, martedì mattina è prevista la riunione di giunta per far diventare il documento atto amministrato. Una questione che Piras intende portare anche in consiglio comunale. Per Massimo Mele, presidente del Movimento omossessuale sardo: “È un atto concreto che lascerà il segno, e farà discutere. Finora ci sono state generiche condanne all’omofobia ma nessun comune si era mai spinto a tanto”. E aggiunge: “Sulla discriminazione ai danni di gay e lesbiche c’è ancora tanto da fare in Sardegna, nelle piccole e medie comunità”. Questo è un segnale. Tra le fila dell’Agesci Sardegna c’è chi è al corrente dell’iniziativa, chi no. In ogni caso dai responsabili nessuna dichiarazione. Parleranno i portavoce nazionali nelle prossime ore.

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