Immaginate una ragazza che scoppia di vita e simpatia, impegnata nel volontariato. Che vive con la famiglia in una casa a un piano, affacciata su un cortile. E poi che a un certo punto dall’altra parte del cortile venga ad abitare con la madre un giovane che scoppia di vita pure lui, anche lui con la passione dell’impegno pubblico. Famiglie operaie tutt’e due, sotto il segno dell’Olivetti. Lei si chiama Maddalena. Lui Marco, e ha quattro anni in più. Che cosa ne nascerà? Un grande amore? Risposta sbagliata. Una magnifica lista civica. È accaduto tutto la scorsa primavera a Bollengo, vicino Ivrea, un paese di poco più di duemila abitanti, agricoltura e due aziende meccaniche ancora in salute.

Una lista civica inventata di sana pianta da loro due e che si è presa il 40 per cento dei voti. Una storia che ha dell’incredibile e che Maddalena Pezzatti, ventisei anni, una laurea specialistica a Torino in cooperazione internazionale, e impiegata in una finanziaria, racconta così: “Da quando sono nata, qui c’è sempre stato Luigi Sergio Ricca a governare il paese. Sei volte sindaco, sempre consigliere comunale, la fascia tricolore addosso il 25 aprile anche quando non era sindaco, pure suo cognato sindaco. Socialista, compagno di Giusy La Ganga, di cui condivise alcuni guai giudiziari. Patteggiò per finanziamento illecito ai partiti, una storia di tangenti. È rimasto socialista, è stato anche presidente della Provincia e pure, ultimamente, assessore regionale con la Bresso, con deleghe a commercio, protezione civile e ambiente. Insomma, in paese il potere politico è sempre stato lui. E io mi dicevo ‘ ma perché devono comandare sempre gli stessi? ’.

Arrivavano le elezioni amministrative e non si avvertiva in giro proprio nessuna intenzione di proporre una candidatura alternativa. Con Marco ne parlavamo e non ci dormivamo la notte. Lo facciamo o non lo facciamo? Solo che io avevo passato gli ultimi anni a Torino, e Marco era appena arrivato da Albiano di Ivrea. E nei piccoli paesi bisogna essere radicati per prendere i voti. Poi un giorno è accaduto il fatto scatenante. Apro il giornale e vedo una intervista di Ricca che annuncia la sua candidatura. Sosteneva che Bollengo ne aveva bisogno. E che, vista la situazione, lui avrebbe messo la propria esperienza al servizio del paese. Era il gennaio del 2011. A quel punto siamo corsi in Comune per sapere che cosa occorreva per presentare una lista. Una vera sfida. Perché quarant’anni di potere amministrato dalla stessa persona provocano disaffezione, c’è una specie di delega permanente. Non si ha tanta voglia di inimicarsi chi comanda. Anche in casa mia mio padre era orgoglioso, ma mia madre un po ’ temeva questo mettersi contro il potere. Insomma, serviva chi avesse la voglia e anche il coraggio di fare la lista. Per questo ben cinque dei dieci candidati sono nati negli anni Ottanta”.

Simbolo un albero stilizzato con le foglie, nome “Bollengo bene comune”, perché, continua Maddalena, “era il concetto di bene comune che ci stava a cuore”. E Ricca a quel punto? “Ha fatto anche lui una lista civica, chiamata ‘Gruppo democratico indipendente’ e mi ha anche chiesto di entrare nella sua lista”. Risultato strepitoso: il quaranta per cento. Il calcolo dei costi della campagna elettorale lo fa Marco: “Tra manifesti, volantinaggi e tutto il resto siamo rimasti sotto i mille euro”. A differenza di Maddalena, Marco Pavan la sua esperienza politica l’aveva già fatta. Entrato nei Ds all’epoca della vittoria di Prodi del 2006, era diventato coordinatore della Sinistra giovanile del Canavese e poi anche responsabile organizzativo del Pd di Ivrea. “Un’esperienza frustrante. Iniziata con slancio. Ma poi mi ero scontrato con la difficoltà di incidere, una sensazione di inutilità. Facevi incontri pubblici, discutevi, cercavi di far cambiare opinioni alle persone e poi vedevi che per te a livello nazionale parlavano la Binetti o altri, dicendo il contrario di quello che pensavi. Era un partito senza opinioni, a che serviva fare cambiare le opinioni alle persone? Alla fine ho lasciato. Mi sentivo più vicino a Sel, ma anche lì arriva tutto dall’alto, e io non voglio un partito leaderistico. Così oggi non ho una tessera. E guardi, per me la politica è la cosa più bella, è lo strumento più importante per fare cambiare le cose. Ma non necessariamente la si fa nei partiti o cercando di contare sempre di più”.

Marco e Maddalena sono stati eletti
. E con loro ce l’ha fatta un terzo giovane della loro lista, Luca Gandone. Eletti in un Consiglio comunale che non si riunisce da prima di Natale. E come fate a essere utili? “Informiamo con un foglio mensile, incontriamo la gente della campagna, della collina e del centro storico per discutere delle scelte del Comune. Ad esempio spieghiamo che cosa vuol dire il nostro progetto cemento zero, l’idea di aderire alla rete dei comuni di ‘Avviso pubblico’. O perché contrastiamo l’idea di Ricca di spendere l’avanzo di duecentomila euro facendo sei posti auto al posto di una casa che dovrà essere prima comprata e abbattuta. Diciamo che è meglio coibentare gli edifici pubblici e fare pannelli solari. Facciamo mozioni e interrogazioni. Presenteremo i nostri emendamenti al bilancio, che va approvato entro il 31 marzo”. Scoraggiati? “Neanche un po’, il nostro obiettivo era di immetterci in una rete virtuosa. E questo lo stiamo realizzando. Volevamo uscire da una politica drogata e malata. E lo stiamo facendo”. Perciò d’ora in poi nessuno parli più a vanvera di “politica da cortile”.

Il Fatto Quotidiano, 26 Febbraio 2012

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