Dopo 16 anni il processo alle camicie verdi sta per conoscere la sua battuta finale e gli indagati, nonostante siano stati salvati grazie ai ripetuti interventi del Parlamento, annunciano ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Il prossimo sabato, al tribunale di Verona, con ogni probabilità verrà infatti celebrata l’udienza che metterà la parola fine alle tribolazioni di 36 militanti leghisti ancora sotto processo (originariamente erano 45). Indagati nel 1996 per iniziativa dell’allora procuratore Guido Papalia, a loro era stata contestata una sfilza di reati che andavano dalla banda armata al deperimento del sentimento nazionale fino all’attentato all’unità dello Stato.

Erano gli anni della Lega dura e pura, della Lega secessionista, erano gli anni della grande adunata lungo il Po e delle manifestazioni di piazza. È sempre in quegli anni che nacque il rito dell’ampolla, fu allora che Umberto Bossi pronunciò la dichiarazione di indipendenza dal palco di Venezia, lanciando il mito della Padania libera e indipendente. In quel periodo nella Lega erano in molti a credere che fosse arrivato il momento di chiudere veramente i conti con l’Italia. Qualcuno ci credette al punto di organizzare la guardia nazionale padana. Pensata come una vera e propria organizzazione paramilitare, poi strutturata nel concreto come un’associazione di volontari. L’iniziativa fu presa sul serio anche dalle istituzioni, tanto da convincere la procura di Verona ad agire nei confronti di quella strana formazione indipendentista.

Quell’inchiesta negli anni recenti è stata messa su un binario morto proprio dal Parlamento, mettendo i 36 imputati sulla strada della prescrizione. Sono infatti state cambiate a più riprese le carte in tavola, cancellando o modificando le leggi in base alle quali i lumbard erano stati indagati. La prima volta con la Legge 85 del 24 febbraio 2006, varata dal centrodestra allo scadere della legislatura (terzo governo Berlusconi), che ridimensionò di molto i reati di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. In un secondo momento il Decreto Legislativo 66 del 15 marzo 2010 (durante l’ultimo governo Berlusconi) ha abrogato anche il divieto di associazioni di carattere militare. Un’abrogazione a cui il tribunale di Verona si era opposto ricorrendo alla Corte Costituzionale, che aveva però dato ragione al legislatore. Il gioco è stato fin troppo facile e il copione è sempre lo stesso: quando diventa difficile dimostrare l’innocenza è sufficiente cambiare le regole. Così è stato.

Oggi uno degli imputati, il varesino Stefano Cavallin appena rieletto segretario della circoscrizione Varese e Valceresio, ha parlato della situazione che lo riguarda da vicino, anticipando quelle che saranno le sue prossime mosse: “Se andrà come previsto – spiega Cavallin – sabato verrà ratificata la sentenza della Corte Costituzionale e quindi verrà chiuso il procedimento. Poi inizierà una fase nuova, chiederemo i danni allo Stato e faremo ricorso alla corte di giustizia dell’unione europea per avere ragione del torto che abbiamo subito. Per sedici anni sono stato perseguitato da questo stato italiota senza motivo, con danni e problemi a me e alla mia famiglia”. Difeso dal sindaco di Varese Attilio Fontana, è da sedici anni sotto processo e alla vigilia della chiusura del lungo iter giudiziario, non manca di battere il chiodo sulla questione della responsabilità dei magistrati: “I danni andrebbero chiesti ai magistrati, purtroppo non c’è ancora la legge sulla responsabilità civile”.

La questione è sempre stata cavalcata politicamente dal Carroccio e, c’è da scommetterci, che anche il prossimo sabato i big leghisti non si lasceranno scappare l’occasione. Roberto Maroni ha già annunciato la propria presenza in aula, in segno di vicinanza agli imputati, vittime, detta di Cavallin di una “persecuzione politica”, dal momento che è stato fatto un “processo contro le idee”.

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