Continua dalla prima parte

I detenuti, come  descrivevano nelle loro lettere, passate di nascosto ai familiari, stavano rinchiusi in celle minime, con una luce tenue che entrava a fatica dalla finestrella dalle pesanti grate. Arrivati al porto d’Alghero troviamo un motoscafo ad attenderci. Sole, aria tra i capelli… libertà.

Respiro a fondo. La vita non mi sorride. Una mano pesante mi preme l’anima. Arriviamo all’imbarcadero dell’isola: ecco Cardullo, il signor direttore ad attenderci. Stringo una mano umida senza un sorriso. Non mi viene. Per arrivare alla zona carceraria,  saliamo su di una jeep. Balliamo senza divertirci, sulla strada bianca che sembrava un gruviera.
Ero un po’ agitata. Nervosa e agitata.
Finalmente mi troverò faccia a faccia con persone che seguo da tempo per corrispondenza.Eccoci arrivati ai fornelli. Scendiamo.
Il dottor Cardullo: “Vi accompagna il maresciallo. Vi aspetto qui.” E si siede sul bordo di una fontanella. Lo sento molto teso.

Entriamo uno stabile a un solo piano: lunghi corridoi con porte di legno annose: marrone bruciato, lucchettate. Mamma mia quante!
“Chi vuol vedere signora?”
“Tutti.”
Le porte di legno vengono spalancate: mi trovo davanti altri cancelli con sbarre di ferro. Il maresciallo: “Qui c’è Sofia, qui, Franceschini, qui… e qui…
Mi avvicino alla cella semibuia di Franceschini.
Si sta facendo la barba.
Lo chiamo: Roberto…
Gira la testa appena per un attimo e riprende a radersi.
Alzo la voce. “Non mi saluti?”
Si avvicina lento.
Arriva alle sbarre, allunga una mano, che stringe con calore la mia.
“Scusa… pensavo fosse un miraggio…”
In un attimo tutti sanno che sono lì.
Con loro.

Un coro di voci, di parole affettuose, d’incredulità… Mi si chiude la gola. Ehhh sì… mi viene da piangere. Una dopo l’altra stringo tante mani… baci affettuosi tra le sbarre.
Gran momento.
Ho sempre scritto ai miei detenuti per reati politici “Non potrò mai condividere le tue scelte, ma difenderò con tutte le mie forze il tuo diritto ad avere colloqui con la tua famiglia, visita medica, gli occhiali se non ci vedi ecc.”
Pietro Sofia ha il viso gonfio. “Che è successo?”
“Mal di denti… ma il dentista non c’è.”
“Come passi la giornata?”
“Abbiamo un’ora d’aria in un cortiletto qua dietro… ma le pareti del muro sono bianche che più bianche non potrebbero essere… abbiamo tutti male agli occhi, dobbiamo ripararli con le mani…”
Pareti bianche: la stessa tortura era stata usata nelle carceri di massima sicurezza in Germania per i componenti del gruppo Baader Meinhof.

All’uscita dai fornelli, torniamo, caricando sulla jeep il Cardullo. Veniamo  accompagnati nella elegante abitazione del direttore dove ci attende la moglie elegantissima in un abito fresco a fiori bianco e nero lungo sino ai piedi. Che eleganza, mi sembrava di essere al Grande Hotel di Cesenatico.
Il pranzo è pronto.
Con il mio amico senatore c’eravamo detti:  “Non possiamo rifiutare l’invito a pranzo – che ci era stato preannunciato – ma mangiamo pochissimo…” Ci accomodiamo alla tavola imbandita con molta ricercatezza e ci vengono serviti spaghetti che solo al ricordo, mi si riempie la bocca di saliva: fantastici!
Scambio un’occhiata assassina e minacciosa con XX e inizio a mangiare. Una forchettata… due… e smetto.
Mi imita tristemente il mio povero senatore.

Terminato il pranzo riprendiamo il motoscafo e si ritorna ad Alghero commentando sconvolti quello che abbiamo visto.
Come scendiamo all’imbarcadero troviamo il dott. Bondonno che lavorava presso il Ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Informato della nostra visita si era precipitato  all’Asinara in aereo. Si presenta facendoci una grande festa… come fossi una sua vecchia amica.
Ho sete e appetito. Andiamo in un bar. Parlo, parlo, parlo. Sono indignata. Turbata.  Bondonno si meraviglia di quanto racconto. “Possiamo darci del tu? Sono socialista. Cosa posso fare? Potrei mettere dei bigliardini nelle celle..”
Lo guardo interdetta.
“Posso fare una telefonata al carcere?” chiedo.
“Ma certo… con chi vuoi parlare? Col direttore?”
“No, con un detenuto: Pietro Sofia.”
Passa una mezz’oretta e drin: eccolo al telefono.
“Pietro…” “Che succede?” è agitato. “Nulla… volevo salutarti… sono col dott. Bondonno… ti serve qualcosa?”
“Sì… una pastiglia per il mal di denti…”
“Farà di meglio il dott. Bondonno… ti manderà dal dentista.”
Immediatamente il ministeriale chiama il Cardullo e dà l’ordine.
A qualcosa la mia visita è servita.

Tornata a casa scrivo immediatamente tutto quel che avevo visto. Il mio articolo esce su Repubblica.
Cardullo dopo qualche tempo è stato messo sotto inchiesta per ammanchi nell’amministrazione… ma niente carcere che io sappia.
Quante sono state le denuncie di orrori, di vere e proprie torture perpetrate nelle varie carceri, nelle carceri speciali, braccetti della morte, manicomi criminali, veri mattatoi degli inermi che ho portato a conoscenza dell’opinione pubblica? Quante sono state le campagne, perché i diritti civili (carcere e mondo) degli individui fossero rispettati?
Quanti sono stati gli spettacoli, gli interventi nelle fabbriche che con Dario abbiamo tenuto in sostegno a lotte rivendicative?
Quante sono le persone disperate che si sono rivolte a noi per aiuto, morale e finanziario?
Tante, tante, tante.

Ho avuto una lunga vita, e sono felice all’alba dei miei 83 anni, di averla vissuta come l’ho vissuta: entusiasmo, disponibilità, partecipazione, e disperazione.
Quando non riesco prender sonno, ripasso nella mente tutte le persone che ho avuto la fortuna d’incontrare… modeste, umili, sorridenti e piangenti… bisognosi anche solo per un conforto… poter parlare, sfogarsi con qualcuno che li stia ad ascoltare con amore. Tante.
Ho conosciuto anche i cattivi i violenti, gli stupratori, gli assassini.
Ho conosciuto, ovviamente anche qualche furbo… ma quelli si eliminano da soli.
Persone, ragazze, donne uomini… madri disperate, tossicodipendenti… insomma… il mondo.

Ma che bella vita!

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