L’imprenditore Piero Di Caterina finanziava il Pd di Sesto san Giovanni, ma non ha ricevuto in cambio alcun favore illecito. E’ la linea difensiva di Filippo Penati, ex sindaco della città dell’hinterland milanese, accusato dalla Procura di Monza di concussione, corruzione e finanziamento illecito. Di Caterina “ha certamente contribuito alle spese della macchina locale, e con ciò voglio dire che ha sostenuto iniziative, pagato fornitori e dato anche contributi all’organizzazione politica locale”, afferma Penati nell’interrogatorio del 9 ottobre 2011, citato dal Corriere della Sera. Quanti soldi? Il consigliere regionale lombardo autosospeso dal Pd dice ai magistrati di non poter quantificare questi versamenti, e rimanda al suo braccio destro Giordano Vimercati, anche lui inquisito a Monza, mentre esclude che Di Caterina abbia “versato contributi alla federazione metropolitana Ds”.

Nell’interrogatorio, Penati afferma che Di Caterina finanziava il partito perché, titolare di una piccola azienda di trasporto locale, temeva di essere schiacciato dalla concorrenza dei grandi: “Cercava solidarietà: voleva sentirsi inserito in un sistema di relazioni forti, che lo potesse tutelare nel far valere i propri diritti”. Nessuno scambio di favori, assicura dunque Penati: “Sono certo che Vimercati, nella sua funzione di presidente del Consorzio trasporti, non abbia mai fatto nulla di illecito per accontentare o comunque favorire De Caterina”.

Nessuna mazzetta neppure sull’acquisto delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle decisa da Penati quando era presidente della Provincia di Milano: “Non ho mai chiesto o ricevuto tangenti, né sono a conoscenza di fatti illeciti”. Rispetto all’affare Serravalle, Penati ha citato l’attuale ministro Corrado Passera, all’epoca numero uno di Banca Intesa, impegnata nel finanziamento dell’operazione. Sempre secondo il Corriere della Sera, Passera non è mai stato indagato dalla procura di Monza per queste vicende, ma è stato intercettato “per qualche tempo nel 2011”. Il futuro ministro, spiega Penati, accettò di finanziare l’operazione perché “l’investimento era centrale anche per loro”.