Questa criminalizzazione del posto fisso o, ben che vada, il relegarlo nel mondo delle “pie illusioni” è una delle mistificazioni più inaccettabili fra le non sempre fortunate esternazioni dei ministri del governo Monti. Non solo per il contenuto “da bar” delle affermazioni stesse. Ma anche perché non ho letto nessuna risposta degna di questo nome. Neanche dalla sinistra.

Eppure di argomenti per controbattere ce ne sarebbero molti, e anche di alto profilo. Partiamo da alcune constatazioni evidentissime, che qualsiasi “uomo della strada” (non la casta del mondo politico e di governo, che evidentemente vive in un mondo a parte, dove l’uomo della strada non lo vedono nemmeno) conosce molto bene.

Primo. Dai 40 anni in giù il posto fisso non esiste già. È un fatto arcinoto che il precariato è uno dei problemi centrali che mette in questione il futuro della società italiana. Quindi, di che cosa stanno parlando? O forse vogliono dire che anche chi ce l’ha, il posto fisso, deve cominciare a farsene una ragione? Se è così, allora merita di sottolineare un secondo punto: i primi interlocutori del governo, ai quali va spiegato che d’ora in avanti il lavoro sicuro sarà una chimera, sono altri, non i lavoratori. Sono le banche, alle quali va detto che i loro clienti non potranno più presentare le attuali “referenze” richieste per ottenere prestiti, fidi e mutui. Va spiegato ai mobilifici, ai commercianti di elettrodomestici, alle agenzie di viaggio, alle concessionarie d’auto, e via dicendo. A tutti costoro va detto che gli acquisti “a rate” non potranno più essere concessi in base alla presentazione di una busta paga o di salari certi per due o tre anni.

E ancora. Va spiegato a quella parte di Italia sana, fatta di piccole e grandi aziende, di società, di valida imprenditoria, che ancora credono nella qualità del lavoro e dei dipendenti, nel valore delle risorse umane, nell’investimento sulla formazione del personale. Va detto loro che non conta: meglio un lavoratore da spremere finché dura e da buttare per sostituirlo con un altro, che una squadra di dipendenti validi, preparati, affidabili, leali e con un forte senso di appartenenza, caratteristiche che solo il “posto fisso” può dare.

Ma, prima ancora, andrebbe spiegato a tutti gli italiani che l’articolo 1 della Costituzione non vale più: la nostra – è scritto – è una Repubblica fondata sul lavoro. Sul lavoro “flessibile”, “precario”, “a progetto” non si fonda proprio nulla, neanche una famiglia, figuriamoci una Repubblica.

Infine, se vogliamo finalmente parlare di ciò che più conta, sul piano dei principi e dei valori, il presidente Monti e i suoi ministri dovrebbero ricordare, anzi sapere, che i modelli che abbiamo a disposizione, alzando appena lo sguardo fuori dai confini nazionali, fanno inorridire alla sola idea che il nostro Paese dopo 60 anni cambi rotta per scimmiottare quelle società che hanno adottato sistemi economico-sociali più “flessibili” del nostro: vogliamo imitare il modello americano? È quella la luce in fondo al tunnel? O, meglio ancora, quello cinese? È quello il mondo del lavoro a cui aspiriamo?

A qualsiasi latitudine e longitudine si guardi, la conclusione è la stessa: le peggiori situazioni di sfruttamento, di capitalismo di rapina, di violazioni dei diritti umani, di lavoro insicuro e malpagato, di economie deboli e sottosviluppate sono nei Paesi che hanno adottato quello che qui da noi viene definito, in modo asettico ed elegante, “lavoro flessibile”.

Detto questo, la si smetta con le battute, i lapsus e le “rettifiche del giorno dopo”, e si dica chiaramente qual è il progetto. Quale Italia del lavoro si vuole costruire? Verso quale approdo la si vuole condurre? Perché il progetto c’è, non è vero? Non vogliamo nemmeno pensare che chi si lascia scappare queste infelici “frasi dal sen fuggite” non abbia idee precise e, in realtà, faccia affermazioni così ambigue e pericolose solo perché non sa che pesci pigliare.

Non vogliamo nemmeno pensarlo, perché ci avevano detto che il governo tecnico sarebbe stato composto da persone preparatissime e all’altezza…

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