Il cardinal Lajolo, uno dei firmatari della lettera

Sette giorni fa la lettera a Gli Intoccabili su La7, poi quella pubblicata su Il Fatto Quotidiano. Ieri, infine, la risposta del Vaticano. Che rispedisce le accuse al mittente. Ennesimo capitolo della polemica tra l’ex segretario del Governatorato vaticano, monsignor Carlo Maria Viganò, e la Santa Sede. Tutto ha avuto inizio quando l’alto prelato, in procinto di essere sostituito e inviato negli States, nella primavera del 2011 ha scritto prima al Papa e poi al cardinal Bertone due missive nelle quali denunciava gli ammanchi, la corruzione, il presunto sistema di malaffare in appalti e forniture Oltretevere.

Ieri, però, è arrivata la risposta ufficiale del Vaticano, secondo cui le “asserzioni” di monsignor Viganò “sono frutto di valutazioni erronee, o si basano su timori non suffragati da prove, anzi apertamente contraddetti dalle principali personalità invocate come testimoni”. Sono queste le parole scelte dalla Presidenza del Governatorato per sconfessare Viganò a dieci giorni dalla pubblicazione delle lettere incriminate, pubblicazione peraltro giudicata “abusiva” nella lunga dichiarazione.

Nel documento a firma del cardinale Giovanni Lajolo (ex presidente del Governatorato), del nuovo presidente monsignor Giuseppe Bertello (sarà cardinale nel Concistoro del 18 febbraio), dell’attuale segretario monsignor Giuseppe Sciacca (successore di Viganò dopo il trasferimento di quest’ultimo alla Nunziatura di Washington) e del vice segretario monsignor Giorgio Corbellini, il vertice dell’ente che cura l’amministrazione della Città del Vaticano ha espresso “grande amarezza” per la pubblicazione delle due lettere in cui Viganò denunciava a Benedetto XVI e al cardinal Bertone gravi scorrettezze e costi enormemente gonfiati nei lavori eseguiti in Vaticano. E rivendicava la sua azione di risanamento e di taglio delle spese, cercando così di scongiurare il suo ‘esilio’, pur dorato, come nunzio negli Usa.

Secondo la Presidenza – vecchia e nuova – le affermazioni di Viganò, diventate pubbliche, “non possono non causare l’impressione” che il Governatorato, “invece di essere uno strumento di governo responsabile, sia un’entità inaffidabile, in balia di forze oscure”. E per scongiurare questo rischio, pur “senza entrare nel merito delle singole affermazioni”, la Santa Sede ha puntualizzato alcuni passaggi delle accuse di Viganò. Per quanto riguarda le questioni squisitamente economiche, ad esempio, il Governatorato ha sottolineato che “i bilanci preventivo e consuntivo vengono regolarmente sottoposti alla Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede”, che “li esamina nei propri uffici e li fa esaminare anche dal suo collegio di Revisori Internazionali“.

Per confutare poi che il ritorno in attivo dal precedente deficit finanziario (causato anche dalla “grande crisi internazionale del 2008”) sia dipeso solo dalla scure dell’ex segretario, è stato spiegato che esso “fu dovuto principalmente a due fattori: alla gestione degli investimenti finanziari del Governatorato, affidata dal cardinale presidente all’Apsa Sezione straordinaria nel 2009 e, in misura ancor maggiore, agli eccellenti risultati dei Musei Vaticani“. L’affidamento dei lavori, inoltre, per la Presidenza non è una zona grigia in cui lavorano sempre le stesse ditte ‘amiche degli amici’, a costi esorbitanti e senza alcuna trasparenza. Gli appalti “per nuove opere di un certo rilievo – è quanto scritto nella nota – vengono assegnati con regolare gara e dopo esame da parte di una commissione ‘ad hoc‘, istituita di volta in volta dal cardinale presidente”. Per i lavori “di non grande entità”, invece, i Servizi tecnici si avvalgono “del proprio personale o anche di ditte esterne qualificate, ben conosciute, sulla base di prezziari in uso in Italia“.

Il vertice del Governatorato ha espresso anche “piena fiducia” ai membri del Comitato di Finanza e Gestione – composto da banchieri come Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini – e li ha ringraziati “per il prezioso contributo da loro prestato con riconosciuta professionalità e non poco dispendio di tempo, senza alcun onere per il Governatorato, confidando di poter continuare ad avvalersi del loro consiglio anche in futuro”. Viganò li aveva accusati invece di “far più il loro interesse che i nostri” e di spregiudicate operazioni finanziarie, disastrose per le casse vaticane (tanto che la Santa Sede si è già riservata le vie legali per l’uscita di tali affermazioni). Ribadita “fiducia” anche alle Direzioni e a tutti i collaboratori “essendosi rivelati infondati – dopo accurato esame – sospetti e accuse”.

La nota, pubblicata dopo che due giorni fa il cardinal Lajolo è andato in udienza dal Papa, sottolinea la correttezza della gestione del Governatorato, pur nella consapevolezza che “può essere ulteriormente perfezionata”. Ribadisce quindi che “la trasparenza e il rigore, lodevolmente perseguiti dalla precedente Presidenza, con pari impegno e altrettanta serenità, sono perseguiti anche dagli attuali Superiori”.