All’avvio a Palermo del processo di secondo grado per il risarcimento da parte dei ministeri della Difesa e dei Trasporti ai familiari delle vittime di Ustica, c’è un’altra storia che torna d’attualità. E’  quella che avvenne nelle prime ore della sera del 27 giugno 1980 quando due ufficiali dell’aeronautica erano in volo con un biposto TF104G nei cieli sopra il Tirreno. In missione d’addestramento, non erano lontani dalla rotta di un altro aereo, civile questa volta, il Dc9 dell’Itavia, che sarebbe stato abbattuto in un’azione di guerra mentre da Bologna viaggiava verso Palermo con un paio d’ore di ritardo. In base alla ricostruzione documentale si sa che quella sera i piloti miltari “squoccarono” 2 volte, cioè lanciarono un allarme, un “codice 73”, che esclude un problema al loro velivolo e segnala un altro tipo di emergenza.

Ma di quale emergenza si trattasse non hanno mai potuto dirlo al giudice istruttore Rosario Priore che, indagando sulla strage di Ustica che provocò 81 vittime, li aveva convocati. I tenenti colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli, infatti, morirono qualche giorno prima. Era il 28 agosto 1988 e si stavano esibendo con le Frecce Tricolori a Ramstein, in Germania, quando una collisione in volo uccise loro due e un terzo ufficiale (il capitano Giorgio Alessio), oltre a mietere 68 vittime a terra.

L’incidente di Ramstein sarebbe stato un sabotaggio? Che i due episodi, a 8 anni di distanza, fossero collegati in molti lo hanno sospettato a lungo. Ma oggi arriva un’indagine difensiva del pool di avvocati che assiste i familiari delle vittime di Ustica e che è stata ricostruita da Gianpiero Casagni sul mensile Il Sud. A parlarne è uno dei legali, Daniele Osnato, secondo il quale a provocare la sciagura tedesca fu un sabotaggio. L’ipotesi sarebbe suffragata da due elementi.

Il primo riguarda il carrello d’atterraggio e il freno aerodinamico anteriore dell’Aermacchi Mb-339 che Naldini pilotava in Germania, entrambi aperti. Da un punto di vista tecnico, questo non sarebbe dovuto avvenire data la velocità, a meno di un malfunzionamento più esteso rispetto a quello già riscontrato di alcuni strumenti di bordo. In base alle risultanze, infatti, l’altimetro non gli avrebbe dato la possibilità di misurare la distanza dal jet al centro della formazione acrobatica. Il secondo elemento ritenuto anomalo riguarda invece la presunta scomparsa dei quattro “riscontri”, nome che nel linguaggio specialistico identifica i meccanismi d’acciaio che bloccano le taniche di carburante sulle ali degli aerei. Quest’ultimo punto sarebbe stato evidente fin dal giorno del disastro di Ramstein, ma venne denunciato solo anni dopo.

Il processo d’appello sui maxi risarcimenti alle vittime. Ora la parola potrebbe passare alla magistratura. Intanto, però, l’attenzione si fissa sull’avvio dell’appello del processo civile che in primo grado ha riconosciuto un maxi risarcimento a chi perse uno dei propri familiari nella sciagura di Ustica. La terza sezione di Palermo, presieduta dal giudice Paola Proto Pisani, aveva infatti sentenziato lo scorso 12 settembre che i ministeri della Difesa e dei Trasporti si macchiarono di “omissioni e negligenze” e che, dopo la sciagura, operarono in modo tale per cui ai familiari delle vittime fosse negato il diritto alla verità.

Più nello specifico è stato sancito in primo grado che la sicurezza del volo Itavia 870 non venne garantita soprattutto nella tratta che va sotto il nome di “Punto Condor” a causa di attività militari ufficiali e ufficiose che la rendevano ad alto rischio. Inoltre, negli anni successivi alla sciagura, i familiari delle vittime furono sottoposti a quella che gli atti chiamano la “tortura della goccia cinese”, uno stillicidio – hanno spiegato gli avvocati – di alterazioni di documenti, omissioni, segreti di Stato tali o presunti, menzogne. In altre parole depistaggi.

Infine c’è un ultimo fronte aperto per quanto riguarda la vicenda di Ustica: la costituzione di un organismo d’indagine europeo che da un lato avvii un’inchiesta sovranazionale sui fatti di quasi 32 anni fa e dall’altro prema perché Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna rispondano alle rogatorie pendenti dopo l’avvio di una nuova indagine italiana nel 2007. E poi rimane la recente la questione libica con il rinvenimento alla fine dell’estate scorsa di documenti conservati dai servizi segreti di Tripoli. Documenti di cui ha dato notizia Peter Bouckaert, direttore del settore emergenze di Human Rights Watch, ma che ancora non hanno potuto essere visionati dalle autorità politiche e giudiziarie italiane.

Antonella Beccaria e Ilaria Giupponi