Mentre gli albergatori di Rimini si lamentano ancora per il Capodanno di “magra” sulla riviera, dai prossimi giorni i locandieri romagnoli avranno altro di cui borbottare. Di mezzo, infatti, c’è l’innovazione tecnologica prevista dal decreto ‘Salva Italia‘ che imporrà a tutti i proprietari di alberghi, entro e non oltre i prossimi 60 giorni, di avere le proprie strutture collegate direttamente con i terminali della Questura per l’invio ed il controllo delle presenze dei clienti negli hotel.

Una procedura che fino all’anno scorso – e ancora oggi, per la verità – è rimasta cartacea, ma che ora impone una scadenza oltre la quale si va incontro al pagamento di penali: in sostanza gli alberghi dovranno trasmettere per ragioni di sicurezza alla Questura i dati di chi fa visita alla propria struttura, il tutto in 2.0. Ma soprattutto quanti sono, in modo da non lasciare dubbi sulle dimenticanze fiscali.

L’incentivo per avviare le connessioni con la polizia, per dire la verità, esiste da almeno un anno e i sindacati, insieme con la Questura, premono per velocizzare le operazioni di collegamento. Ma chi, nel cuore della movida romagnola, è effettivamente pronto a farlo? Il dato è deludente: su 2.700 strutture operanti a Rimini, solo 450 hanno avviato la procedura telematica ora prevista per legge. Insomma, più della metà della metà degli albergatori non ha ancora ufficializzato il collegamento con la polizia e, stando alla loro flemma, le cose non cambieranno presto visto che dalla scorsa primavera le cose non sono cambiate così tanto. Stando ai dati rilevati, prima dell’estate gli hotel allacciati telematicamente alle forze dell’ordine erano appena 330.

E se, appunto, le organizzazioni sindacali spingono (“la posizione degli albergatori è miope e arretrata”) e il questore di Rimini, Oreste Capocasa, invoca un incontro con le associazioni di categoria (“urge un incontro entro gennaio, altro che tentennamenti”), la presidente dell’Assoalbergatori Patrizia Rinaldi frena: “C’è tempo 60 giorni – sostiene – e poi molti albergatori non hanno dimestichezza con le nuove tecnologie”.

A scontare gli effetti del decreto non saranno solamente i proprietari di alberghi della riviera, però.

Una scure, ben più pesante, sta infatti per abbattersi sui locali della movida visto che entro 15 mesi da oggi il governo dovrà recepire le direttive europee in materia di liberalizzazione del demanio marittimo, e che fa venire i brividi ai proprietari degli stabilimenti balneari che sino ad ora hanno vissuto nella bambagia. Per anni – e svariati governi – l’idea era infatti quella di vendere le spiagge (di proprietà del Demanio) o di aumentare i canoni del 300%, visto che per i 100 chilometri e le 2.040 concessioni sulle spiagge romagnole, lo Stato incassa meno di 5 milioni di euro. Spiccioli, insomma, visto la mole di lavoro che impegna i balneatori ogni anno.

Non da meno sono i locali che occupano suolo demaniale a pochi metri dalla spiagga, con contributi versati nelle casse dello Stato che assomigliano più a elemosina più che ad un affitto: si passa dai 2.000 ad un massimo di 10.000 euro l’anno per ogni locale. Addirittura, poco più in là e a Riccione, il ristorante a cinque stelle Da Fino – con tanto di vetrate sulla spiaggia e menù da cardiopalma – nel 2009 cedeva al Demanio 1.425 euro all’anno, dopo un contestato aumento di 300 euro dopo quattro anni, dopo il quale i proprietari hanno minacciato manifestazioni a Roma.

L’andazzo, comunque, potrebbe finire presto: entro il 2013 il governo potrebbe recepire le direttive comunitarie e far partire la liberalizzazione delle spiagge con la vendita delle aree demaniali, attuando un censimento, una valutazione e una razionalizzazione del proprio patrimonio e cedere al libero mercato aree estese e, sino ad ora, affittate sotto costo.

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