Gira e rigira si torna sempre lì, al valore dell’esempio. Certo, rispetto a due mesi fa alcune differenze sono lampanti. Prima a Palazzo Chigi sedeva un signore che giustificava l’evasione fiscale. Ora ce ne è uno che accusa chi non paga le tasse di “mettere le mani nelle tasche degli italiani”. E se il precedente inquilino (Silvio Berlusconi) era un imputato che trascorreva il suo tempo insultando i magistrati e ideando sempre nuove leggi ammazza processi, quello nuovo (Mario Monti) assicura invece una “scossa e un’accelerazione potente alla lotta contro la corruzione” e promette che “il governo opererà con provvedimenti legislativi e amministrativi”.

Tutto bene allora? No, non ancora (si spera). Perché vista la situazione in cui si trova il Paese le parole del premier non bastano. E non perché le leggi anti-mazzette per adesso non ci sono (è ovvio ci vuole tempo) o perché per battere l’evasione occorreranno anni. Il punto è che sul fronte dei segnali il nuovo esecutivo stenta parecchio.

Impossibile infatti non rendersi conto come del governo facciano parte almeno tre personaggi la cui storia personale cozza (per usare un eufemismo) con il doveroso programma di risanamento annunciato dal premier.

I loro nomi sono noti a chi legge Il Fatto Quotidiano. Parliamo del sottosegretario alla Difesa, Filippo Milone, un ex manager del gruppo Ligresti che ha alle spalle un arresto e una condanna per reati contro la pubblica amministrazione; di quello all’editoria, Carlo Malinconico, al quale gli uomini della cricca pagarono una vacanza da 9800 euro e che oggi si giustifica goffamente attraverso il suo staff facendo filtrare su Il Giornale frasi del tipo “Chiesi con insistenza all’albergo, a fronte del diniego di farmi pagare, chi avesse pagato, ma mi fu risposto che non era possibile dirlo per ragioni di privacy”; e del ministro della funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi che, come racconta Marco Lillo in queste pagine, appartiene a quella schiera di italici furbetti abili nell’acquistare casa dall’Inps a prezzi stracciati (177 mila euro per un appartamento vista Colosseo, considerato alloggio popolare dopo un’assurda e inquietante vicenda giudiziaria).

Ecco dunque da dove può (e deve) partire Monti se vuole davvero dimostrare che il vento è cambiato. Dalle dimissioni dei suoi tre collaboratori.

Sia gli elettori che i rappresentati delle istituzioni hanno bisogno di un esempio come questo.

I primi per credere che il tempo della ricreazione per la Casta un giorno finirà. I secondi per cominciare a riflettere su un concetto semplicissimo che, in altre democrazie, nessuno mette in discussione: chi accetta incarichi pubblici lo fa per scelta, e non perché glielo ha ordinato il dottore. Diventare ministro o sottosegretario significa avere potere e onori. Ma anche oneri maggiori e diversi rispetto a quelli dei comuni cittadini.

Le regole del gioco sono queste. Ed è ora che qualcuno in Italia provi finalmente a farle rispettare. Perché errare nel formare una squadra, quando si hanno avuto solo pochi giorni di tempo per farlo, è perfettamente umano. Perseverare, no.

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