Se ancora qualche giorno fa bollava la bocciatura da parte del Consiglio di Stato della riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle come “incomprensibile”, oggi i toni dell’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti sono diventati più morbidi. «Lavoriamo già a un nuovo progetto, che speriamo di poter presentare nel pieno rispetto delle regole» ha detto a margine dell’assemblea annuale di Confindustria.

Chissà che a fargli cambiare idea non sia stata anche la notizia rivelata oggi dal quotidiano il Gazzettino, secondo cui per il piano di riconversione a carbone “pulito” della vecchia centrale a olio combustibile che sorge sul delta del Po ci sono dodici indagati. Fra questi anche lui, Fulvio Conti, oltre al responsabile di Enel Produzione Leonardo Arrighi, a sette componenti della commissione nazionale per le valutazioni di impatto ambientale e a tre di quella regionale.

L’ipotesi è quella di abuso d’ufficio per le procedure e i documenti che avevano permesso alle commissioni di dare l’ok al progetto di riconversione a carbone. Si tratta in sostanza di un fascicolo giudiziario separato rispetto ad un’altro, precedente e già noto, sulle conseguenze negative per la salute derivanti dal vecchio ciclo ad olio combustibile portato avanti finora dalla centrale, e che anche in quel caso vede indagati alcuni dei vertici presenti e passati dell’Enel.

Un secondo filone, quindi, rimasto nell’ombra fino ad ora, che getta una luce sulla decisione del Consiglio di Stato, per cui devono essere ancora depositate le motivazioni.

I giudici romani avevano accolto il ricorso presentato da ambientalisti e da alcuni soggetti privati che temevano gli effetti del carbone sull’ambiente: il punto centrale era il fatto che Enel non avesse considerato alternative al carbone, come ad esempio il gas metano, meno inquinante.

Ma ora i pm si spingono oltre, sospettando che il colosso energetico abbia prodotto documenti ideologicamente falsi per sostenere la bontà del passaggio al carbone e che le commissioni, ministeriale e regionale, abbiano dato l’ok avvalorando questa tesi. Si attende ancora una perizia conclusiva.

Il Gip Carlo Negri alcune settimane fa ha fatto pervenire alle persone coinvolte le notifiche di proroga delle indagini, come richiesto dal procuratore di Rovigo Dario Curtarello e dalla sostituta Manuela Fasolato: gli stessi due pm che a dicembre scorso erano finiti sotto la lente del guardasigilli Alfano per avere in qualche modo lavorato troppo e intralciato gli interessi di Enel. I due sono ancora sotto indagine disciplinare ma sono stati comunque riconfermati dal procuratore generale.

Fra gli altri indagati, oltre ai vertici di Enel, ci sarebbero nomi noti della politica regionale, come Silvano Vernizzi, ad di Veneto Strade e segretario regionale ai lavori pubblici. Quello che, qualcuno ricorderà la storia, avrebbe negato ad alcuni ricorrenti la visione degli atti relativi alla pedemontana veneta. E altri personaggi conosciuti come il presidente della commissione Via nazionale Claudio De Rose.

Resta il dilemma del posto di lavoro di centinaia di operai della centrale, sospesi fra i ricorsi e il ricatto di Enel che, sposando la dottrina Marchionne, aveva ventilato l’ipotesi di traferire la produzione all’estero.

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