Se mai arriverà sarà la prima sanzione bipartisan, comminata per avere leso interessi che non andavano toccati: quelli dell’Enel, cui esponenti tanto del governo che dell’opposizione sembrano molto attenti. Rischia infatti un procedimento disciplinare il pm di Rovigo Manuela Fasolato, da almeno dieci anni in prima linea contro i reati ambientali compiuti nel delta del Po. Su di lei e il procuratore di Rovigo Dario Curtarello, infatti, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha chiesto di indagare alla procura generale della Cassazione.

Il provvedimento segue l’invio in procura degli ispettori del ministero dello scorso gennaio, ma i fatti a cui si riferisce sono noti già dalla fine del 2007. Da anni, infatti, Fasolato sta lavorando a diversi filoni di inchiesta sulla centrale Enel di Porto Tolle: il pm ipotizza legami tra le emissioni della centrale e l’aumento dell’incidenza di malattie nei territori circostanti l’impianto. Intanto, però, sulla centrale pende l’iter della Valutazione d’impatto ambientale (Via) per un progetto di riconversione dall’olio combustibile al carbone che vale 4mila posti di lavoro e 2 miliardi e mezzo di investimento. Il via libera arriverà solo il 29 aprile del 2009, dopo che il ‘dl incentivi’, approvato il 6 aprile, ha modificato i vincoli burocratici e risolto i conflitti con la normativa regionale. Il ministero dell’ambiente in ogni caso non mancherà di accompagnare la scelta con un comunicato di esultanza: “Dal punto di vista ambientale – si dice – con la riconversione si ottiene una sostanziale riduzione delle emissioni rispetto al passato. Dal punto di vista economico ci sarà un vantaggio per la bolletta energetica visto che il ‘carbone pulito’ costa meno degli idrocarburi”.

Ma per qualcuno il ritardo è da imputare alla magistratura. Così il 5 gennaio 2010 Luciano Violante, nella inedita veste di presidente della associazione Italia decide, si espone in prima persona sul palco di CortinaIncontra: “Il ministro della Giustizia dovrebbe fare delle ispezioni, e capire se un’autorità giudiziaria può compiere un atto di questo genere, intimidendo sostanzialmente quelli che dovrebbero prendere la decisione”. Sarebbero solo parole in libertà, se non fosse per un dettaglio: Enel è tra i soci fondatori di Italia decide. Ma la coincidenza non impedisce al ministro Alfano di prendere in esame le doglianze di Violante. Tanto che il 22 gennaio gli ispettori partono alla volta di Rovigo, capitanati da Arcibaldo Miller. Il capo degli ispettori del ministero finirà poi nelle carte dell’inchiesta sulla nuova P2, ma questo non gli ha impedito di conservare il suo posto fino ad oggi.

Contro Fasolato e Curtarolo, invece, il ministero chiede la mano pesante. Tre in sostanza le accuse. La prima: la pm avrebbe infatti lavorato troppo, con il colpevole “consenso” del superiore. Dal 23 ottobre 2007 al 23 luglio 2009, infatti, Fasolato ha l’”esonero totale” dall’attività giudiziaria “in quanto componente della commissione esaminatrice nell’ambito del concorso per 350 posti da uditore giudiziario”. Eppure, bontà sua, continua la sua attività, sia nelle udienze che nelle indagini. “Peccato”, che mentre Fasolato viene mandata di fronte alla procura generale della Cassazione, niente succeda ad altri colleghi che hanno fatto e condiviso la medesima scelta. E a niente vale che il magistrato abbia deciso di lavorare di più per portare a termine processi importanti. Come quello Eurobic, che porterà alla condanna dei responsabili di una truffa da 3 miliardi di euro.

La seconda accusa non è meno originale. Il Guardasigilli contesta infatti la “continuativa corrispondenza” che Fasolato ha intrattenuto con il ministero dell’Ambiente e la commissione Via. Secondo Alfano, così facendo la pm ha divulgato “atti di procedimento ancora coperti da segreto”. Nel carteggio con il ministero, infatti, finiscono anche alcune relazioni svolte nelle indagini dai consulenti di Fasolato. Quale sia la violazione del segreto non è dato sapere, però, essendo vincolate alla riservatezza tutte le istituzioni coinvolte. La terza accusa è in ogni caso direttamente conseguente: avendo sollevato il problema della centrale, la procura di Rovigo perseguiva un fine “che non era di ricerca di mezzi di prova, bensì di impedire – mediante un’indebita ingerenza nelle attività degli apparati amministrativi – la commissione di reati, quando ancora non erano stati acquisiti sufficienti e concreti indizi della consumazione di fatti di rilievo penale”. Vale a dire: “Interferivano e condizionavano le attività degli organi amministrativi stessi, determinandone il rallentamento”.

Ecco il punto: il “rallentamento” del progetto dà fastidio, anche se la responsabilità è da imputare al conflitto tra le norme nazionali e quelle regionali, risolto, lo abbiamo visto, dal legislatore. Tanto fastidio che a gettare benzina sul fuoco è arrivato sulle prime pagine dei giornali locali il plauso del comitato dei lavoratori della centrale: “Da 5 anni — dice al Carlino il portavoce Maurizio Ferro — eravamo in attesa delle autorizzazioni per la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle. I vari rallentamenti avevano destato perplessità sull’operato della magistratura di Rovigo nell’interferenze con il lavoro svolto dalle competenti commissioni Via ministeriali e regionali. I lavoratori Enel di Porto Tolle, che avevano denunciato la situazione sin dall’inizio — aggiunge Ferro — chiedono provvedimenti esemplari per questo grave e ingiustificato atto che è da ascrivere alla Procura di Rovigo. L’azione disciplinare dimostra che tutti i nostri timori erano fondati”, conclude Ferro, che si dichiara pronto, a nome dei lavoratori, addirittura “a chiedere i danni”.