Lui di certo ne avrebbe fatto a meno. Così come non avrebbe mai immaginato che il suo gesto di solitaria, disperata protesta contro l’ennesimo abuso del potere sarebbe diventato una valanga capace di travolgere, finora, tre regimi considerati incrollabili. Un anno fa, in una cittadina di 40 mila abitanti nel centro della Tunisia, Sidi Bouzid, un giovane laureato disoccupato Mohammed Bouazizi, decise di darsi fuoco dopo che la polizia locale gli aveva confiscato il carretto con cui, per campare, vendeva frutta e verdura, senza licenza.

Bouazizi riportò ustioni gravissime e fu ricoverato in ospedale dove morì il 4 gennaio. Da ieri una serie di cerimonie hanno ricordato quel gesto di protesta da cui partì la rivolta tunisina che dopo poche settimane portò alla fuga dal Paese del dittatore Zine el Abidine Ben Alì. Ma era solo l’inizio perché il fiore della rivoluzione si estese ben presto all’Egitto, alla Libia e contagiare altri paesi arabi, come la Siria e lo Yemen.

Bouazizi, 26 anni, con i 150 dollari che ogni mese riusciva a racimolare, manteneva tutta la sua famiglia. Ecco perché si è rifiutato di pagare una tangente ai poliziotti locali, che per ritorsione lo avevano picchiato e poi gli avevano sequestrato merce e carretto. Dapprima aveva cercato di avere un’udienza dal governatore provinciale, per protestare contro il comportamento degli agenti, ma di fronte al rifiuto delle istituzioni di ascoltare il suo caso, ha scelto una protesta estrema.

Il gesto di Mohammed ha dato l’avvio a quella che i media hanno presto battezzato Primavera araba, una stagione di rivolta e cambiamenti epocali, come quella parte di mondo non vedeva da molti decenni.

L’epilogo di questo tsunami politico, sociale e geopolitico è ancora lontano e gli esiti sono contraddittori e tuttora imprevedibili. Come imprevedibile – almeno per i governi occidentali, troppo legati ai dittatori – era stata la portata dell’esplosione sociale.

Anche per questa incertezza i due giorni di celebrazione che si sono svolti a Sidi Bouzid sono stati in qualche modo in bilico, tra la speranza e la paura. Migliaia di persone si sono riunite nella piazza principale della cittadina, e hanno assistito all’inaugurazione di una grande statua di Mohammed Bouazizi. C’era anche il presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha in questi giorni il difficile compito di regolare la formazione del nuovo governo – atteso a breve dopo le elezioni che hanno dato la maggioranza al partito islamico moderato Ennahda. “Grazie a questa terra, per secoli tenuta ai margini, per aver restituito la dignità a tutto il popolo tunisino”, ha detto Marzouki nel suo discorso durante la cerimonia.

E se i festeggiamenti hanno riportato i tunisini all’euforia dei giorni della rivolta contro Ben Alì, i problemi del Paese rimangono ancora sul terreno. A partire da quello che più assillava la vita di Mohammed Bouazizi: la disoccupazione che quest’anno, anche per l’effetto del cambio di regime, dovrebbe arrivare – secondo la Banca centrale – al 18,3 per cento, dal 13 per cento nel 2010. Il Pil tunisino nel 2011 dovrebbe contrarsi dello 0,2 per cento, ma secondo i funzionari del governo dovrebbe tornare a salire nel 2012, a un ritmo del 4,5 per cento.

Una speranza soprattutto per i coetanei di Mohammed, i giovani arabi che sono stati la spina dorsale delle proteste in Tunisia come in Egitto e che, molto prima che le istituzioni rinnovate ne facessero un eroe nazionale, avevano scelto Mohammed come loro simbolo. Il suo ritratto e la sua storia, rimbalzate sui social network, sono diventate in pochissimo tempo il riassunto di una generazione che è riuscita a trasformare il senso di frustrazione e di impotenza in una rabbia capace di travolgere le strutture di regimi rosi da decenni di abusi e corruzione.

di Joseph Zarlingo

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Morto Havel, l’eroe non conforme
dell’anticomunismo cecoslovacco

prev
Articolo Successivo

Corea del Nord, è morto Kim Jong Il
Obama: “Stabilità per gli alleati del Sud”

next