Le cifre sono importanti in questa storia delle frequenze televisive. Partiamo da quella che ha fatto più rumore: 16 miliardi di euro. Il numero magico che dovrebbe risolvere i problemi della finanza pubblica è comparso sulla prima pagina di Repubblica del 7 dicembre quando Ezio Mauro, citando un precedente articolo di Giovanni Valentini, ha stimato tale il valore delle nuove frequenze che il governo si accinge a donare alle grandi televisioni, Mediaset in testa.

In nome del mercato
Per capire bene la portata della partita in gioco è proprio da questa cifra che bisogna partire. Spiegando però prima a cosa si riferisce davvero. Scrive Ezio Mauro: “I cittadini cominciano a essere informati. Sanno che si devono assegnare le frequenze digitali televisive. Capiscono perfettamente che quelle frequenze sono proprietà dello Stato e dunque appartengono a tutti. Apprendono infine che le frequenze valgono sul mercato – come ha spiegato qui Giovanni Valentini – 16 miliardi, cioè più di metà della manovra. E dunque, com’è possibile che questo bene pubblico così importante venga regalato agli operatori tv attraverso il beauty contest deciso dal governo Berlusconi, cioè quel “concorso di bellezza” che cede gratuitamente le frequenze a Rai e Mediaset?”. I 16 miliardi di euro però non corrispondono al valore stimato dei sei “canali” che rischiano di essere assegnati dal governo Monti gratuitamente a Mediaset, Rai e Telecom, ma al valore di tutte le frequenze televisive esistenti, comprese quelle di Repubblica Tv.

La fonte primigenia della cifra adottata da Valentini e Mauro è il professor Antonio Sassano, uno dei massimi esperti del settore, che ha scritto su lavoce. info: “L’asta che ha assegnato le frequenze banda 800 mhz ha rivelato un valore di 50 milioni di euro a mhz e quindi potrebbe arrivare a 16 miliardi per i 40 canali dedicati alla tv e a 2, 4 miliardi di euro per le sei frequenze assegnate con il concorso di bellezza”. A questo punto si potrebbe estendere il perimetro dell’analisi dell’uso delle frequenze, e dei soldi che lo Stato ne può trarre, dai sei canali del beauty contest all’intero spettro. Si scoprirebbe che il problema delle frequenze e la loro scarsa redditività per lo Stato non riguarda solo Mediaset ma tutti i soggetti che detenevano reti televisive analogiche di vecchio tipo e che hanno ottenuto, dopo l’avvento del digitale, un cambio molto vantaggioso.
Al momento della conversione sarebbe stato logico che Mediaset, per esempio, ricevesse in cambio di tre reti analogiche un mux, cioè un fascio di frequenze digitali che occupano lo stesso spazio di un vecchio canale nell’etere, ma sul quale possono passare sei canali digitali. Invece cosa è accaduto? Mediaset ha ottenuto 4 mux, altrettanti ne ha avuti la Rai, Telecom Italia Media ne ha avuti tre. Anche Repubblica ha ottenuto una conversione generosa come gli altri: in cambio di Rete A oggi dispone di due multiplex.
L’effetto di questa spartizione dell’etere tra i vecchi operatori ha prodotto una riduzione della banda libera. Dei 40 canali Uhf solo dieci sono stati messi all’asta e sono stati pagati dalle compagnie telefoniche 3, 945 miliardi. Se si adottasse lo stesso criterio, mettendo all’asta (sia per le compagnie telefoniche che per quelle televisive) anche i sei canali del beauty contest, si potrebbero incassare altri 2, 4 miliardi.

Rinegoziare le concessioni
A questo punto però lo Stato, finora poco attento all’uso delle sue frequenze, potrebbe svegliarsi e porsi un altro quesito: quanto si potrebbe incassare dalle frequenze generosamente donate negli anni scorsi a Mediaset, Rai, Telecom, Repubblica Tv e altri? Le concessioni pagano un canone annuo ridicolo dell’uno per cento sul fatturato e non sono eterne. Alla scadenza si potrebbero teoricamente rinegoziare. Insomma, se non si possono certamente paragonare i canali offerti negli anni passati agli operatori in cambio di una tv analogica a quelli regalati oggi dal beauty contest, è evidente che c’è una relazione tra i due problemi.
Già oggi il sistema delle frequenze permette una rendita di posizione ingiustificabile a società quotate in Borsa che si sono viste assegnare dallo Stato gratuitamente negli anni scorsi frequenze per trasmettere decine di canali in cambio di poche reti analogiche. L’effetto è una strozzatura del mercato che impone alle imprese che producono contenuti di passare sotto le forche caudine di quelle che detengono questa ingiustificata rendita di posizione. Repubblica, per esempio, affitta i suoi canali (ottenuti gratuitamente dallo Stato) a Mediaset, per i canali premium, e ad altri operatori, per milioni di euro ogni anno. Telecom ha incassato 20 milioni di euro all’anno da Dahlia Tv (prima che Dahlia spirasse sotto questo peso) affittando i canali ottenuti in più rispetto alla sette e a Mtv, che aveva prima.

Grazie a queste rendite garantite da un bene pubblico le società riequilibrano le perdite che realizzano quando fanno gli editori di contenuti in proprio. La 7 ha coperto le perdite dovute agli ascolti bassi dei suoi programmi con l’affitto dei canali eccedenti a Dahlia. E lo stesso ha fatto Repubblica Tv con Mediaset. Quando si metterà mano al problema delle frequenze televisive bisognerà far pagare le nuove assegnazioni ma imporre anche un sacrificio a chi realizza proventi milionari grazie alle frequenze dello Stato.

Il Fatto Quotidiano, 12 dicembre 2011

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