Non ricordo un evento politico che sia stato tanto discusso, contestato, promosso dai cittadini digitali italiani quanto il Big Bang di Matteo Renzi. A un certo punto, su Twitter si contavano ben quattro trending topics chiaramente riconducibili alla manifestazione che si teneva alla Stazione Leopolda di Firenze. Per trovare un paragone, bisogna tornare indietro di qualche settimana quando, a dominare la discussione su Twitter, vi era un fantomatico tunnel Gelmini che collegava il Cern di Ginevra con l’Abruzzo.

Tuttavia, in quel caso, si trattava dell’ennesimo epic fail, il fallimento epico della politica tradizionale. Questa volta, invece, a muovere la discussione erano idee, proposte, provocazioni, critiche, in un rimbalzo continuo tra la rete e il palco della Leopolda. Un evento che si è svolto ben oltre i confini fisici di una stazione fiorentina. Insomma, un epic success.

Gli italiani hanno finalmente scoperto la politica su Internet? Molti lo hanno fatto da tempo, ma mai come in questo caso la politica digitale si è imposta al centro del dibattito pubblico. Non è un caso. Molti hanno raccontato, anche su questo sito, dei tanti nomi della televisione che hanno partecipato alla manifestazione. Pochi sui media tradizionali si sono accorti, invece, dell’imponente adesione alla manifestazione di tanti professionisti della rete.

Impossibile citarli tutti. Da Stefano Quintarelli, che è salito sul palco per parlare di economia digitale, a Marco Ferrari, che ha raccontato le sue proposte di startupper. Da Riccardo Luna, che ha lanciato un accorato appello rivolto a tutti gli innovatori del paese perché si uniscano per cambiare l’Italia, a Paolo Baronci, che ha avanzato una proposta per incentivare il venture capital. Tra i tanti, anche io ho colto l’opportunità per raccontare l’iniziativa Dag, lanciata giovedì scorso a Milano.

Non voglio esagerare, ma da una mia rapida stima, in almeno la metà degli interventi si è citato Internet o si è parlato di qualcosa che potesse essere realizzato con l’aiuto della tecnologia. Non deve sorprendere, dunque, l’impatto che l’evento ha avuto in rete. Non vi è modo migliore di far parlare le persone “in Internet” che, appunto, parlare “di Internet”. Per i tanti che, come me, da anni si battono perché il tema della rete si imponga al centro della discussione politica, la Leopolda è stata una sorta di epifania: il Big Bang della politica digitale.

E’ una pessima notizia per coloro che sono legati alle forme tradizionali di partecipazione politica e di organizzazione del consenso. Le persone si stanno riappropriando della propria sfera di azione pubblica, domandando con sempre maggiore forza che la politica smetta di affrontare i problemi della “politica”, e si concentri invece su quelli delle persone reali. Lo fanno in un modo nuovo, dove conta sempre meno chi tiene in mano il megafono o siede sulla poltrona, e conta, invece, in maniera crescente, la capacità di proporre, condividere, discutere, ascoltare, criticare, aggregare. I cittadini sono chiamati a esercitare la propria leadership. Come ha splendidamente riassunto l’imprenditore e creativo J. Sakiya Sandifer in uno dei suoi più brillanti messaggi: “True leaders don’t create followers… They create more leaders!” (I veri leader non creano seguaci… creano altri leader).

Al pari di tanti che hanno partecipato alla Leopolda, trovo abbastanza noiosa e ininfluente la querelle sorta in questi giorni nel centrosinistra tra renziani e anti-renziani.  Non c’è dubbio, tuttavia, che se l’evento di Firenze ha avuto tanto impatto in rete, il merito va in buona parte attribuito al giovane sindaco fiorentino.

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