Dopo gli scontri di fronte a Bankitalia, dopo la manifestazione “indignata” del 15 ottobre, il movimento bolognese prova a uscire dallo stallo in cui era precipitato. E lo fa nel modo a lui più congeniale: puntando sul conflitto e sulla piazza. Ma questa volta ad essere presi di mira non saranno il detestato governo e l’odiata Bce. Questa volta la parola d’ordine è “agiamo localmente”. E per forza di cose gli indignati si scontreranno anche con le istituzioni cittadine.

Dopo il 15 ottobre con il suo “global change”, ad essere ora abbracciata è un’altra data internazionale, quell’11 novembre che sotto le Due Torri è diventato “occupy Bologna”. Un cambio di programma che porterà il conflitto e la “rabbia precaria” direttamente in città, e che ha già i suoi obiettivi: occupazione di palazzi comunali non utilizzati, autoriduzioni delle bollette dell’acqua, azioni contro le banche ed Equitalia. Una mobilitazione che si farà sempre più vicina alle esigenze materiali delle persone e che colpirà le grandi aziende bolognesi a controllo pubblico, Hera e Atc comprese. E allora, per forza di cose, potrebbe iniziare a scricchiolare quella pace sociale che la giunta Merola fino ad ora aveva sempre cercato alla propria sinistra. E di questo erano consapevoli le oltre 300 persone che ieri sera hanno affollato Sala Borsa. Più che una richiesta, anche quella di utilizzare lo spazio della biblioteca comunale è stata la rivendicazione di un diritto. “Vogliamo Sala Borsa perché ci spetta”, avevano detto e scritto chiaramente. E il Comune ha sistemato tutto concedendo la sala.

Intanto le centinaia di persone che si sono ritrovate negli spazi comunali hanno discusso sul “che fare”. E allora eccoli gli obiettivi che nelle prossime settimane potrebbero essere colpiti uno dopo l’altro, fino ad una grande giornata di protesta che gli indignati bolognesi immaginano a ridosso di Natale e che, nelle intenzioni, dovrebbe bloccare tutta la città e lo shopping. Ad essere presi di mira potrebbero esserci Atc, poi Hera con una campagna di autoriduzione delle bollette dell’acqua, e poi ancora gli uffici cittadini di Equitalia e dell’Unep, che si occupa delle notificazioni di esecuzioni e protesti. Qualcosa già visto in città il 12 ottobre, con gli scontri di fronte ad una Bankitalia con i portoni sbarrati e presidiati dalle forze dell’odine.

Ma questa volta non sarà una protesta simbolica, le cose che faremo saranno molte concrete. Questa volta occuperemo e nessuno ci caccerà”. E poi ancora, se il Comune non garantirà a tutti i senza tetto una casa, occupazioni di palazzi abbandonati di proprietà pubblica. “Gli indignati spagnoli occupano ospedali chiusi e li riaprono gestendoli con cooperative di medici – dice una ragazza al microfono – facciamolo anche noi”. Ma non è ancora finita. “Dobbiamo colpire i mercati delle merci e delle braccia in città”, spiega un sindacalista di base bolognese che elenca uno ad uno i luoghi dove “c’è lo sfruttamento più selvaggio”. E cioè Caab, aeroporto Marconi e Interporto. “Luoghi dove le braccia si vendono e si comprano giorno dopo giorno”.

Non solo interventi di attivisti e sindacalisti però. A prendere parola anche ventenni e trentenni che di solito non si avvicinano mai al microfono. Giovani che raccontano immancabilmente la loro storia fatta di stipendi ridotti all’osso e di un tirare a campare che sta diventando insopportabile. “Mi piacerebbe pagare il biglietto del bus – spiega Antonio – ma da questo mese non posso più permettermi l’abbonamento”.

Poi parla Alessia, una laurea in mano da pochi giorni e l’idea di non avere più prospettive. “Prima lavoravo nel sociale e prendevo 500 euro al mese per pagarmi gli studi – dice – adesso ho capito che da quella cifra non mi schioderò mai più”. Tutti più o meno chiedono le stesse cose. Servizi sociali gratuiti, una casa, un lavoro dignitoso, un reddito di sopravvivenza anche se disoccupati. “Ma i politici e le istituzioni non sono in grado di garantirci più nulla – conclude Giuseppe – e allora questa volta le regole del gioco le facciamo noi”.

di Giovanni Stinco

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