Arriveranno da tutta Italia e non saranno i 150 mila annunciati. Ma di più, molti di più. Perché sta funzionando il tam-tam di “movimenti”, gli appelli dei siti e quelli lanciati attraverso i social network. Le iniziative diffuse città per città, ieri a Napoli sul Maschio Angioino è stato appeso uno striscione di 5 metri per otto con la scritta “Sabato tutti a Roma”. Ma a fare da catalizzatore della voglia di stare in piazza domani nella Capitale, è la crisi economica assieme al disfacimento del governo Berlusconi.

Il Cavaliere ha ottenuto la fiducia ma la gente, quelli che il lavoro l’hanno perso, i giovani che non l’hanno mai avuto, gli abitanti delle mille galassie del precariato, il ceto medio impoverito, i senza futuro di ogni età e di ogni estrazione sociale, insomma, gli indignati d’Italia, sanno che un ciclo politico si è chiuso. E soprattutto hanno la consapevolezza che le vittime della crisi mondiale sono loro.

Non c’è un comitato organizzatore unico, la stessa adesione di partiti organizzati (Idv, Sel, Rifondazione, movimenti giovanili dei partiti di centrosinistra) non è di per sé sufficiente a garantire che nella fiumana umana che arriverà a Roma già alle prime luci dell’alba di domani, non ci saranno infiltrati e pezzi della rabbia italiana che hanno voglia di menar le mani e creare l’incidente. Da giorni, inoltre, si fa sempre più insistente il tam-tam delle cosiddette “qualificate fonti di sicurezza” che in modo rigorosamente anonimo fanno circolare notizie su possibili incidenti, aggressioni ad obiettivi sensibili (sedi istituzionali, banche, monumenti), o deviazioni dal percorso stabilito (i due chilometri che separano Piazza della Repubblica da Piazza San Giovanni).

Blitz improvvisi tipo quello che si è verificato giovedì a nella Capitale, quando gli indignados che dal giorno prima presidiavano Palazzo delle Esposizioni, si sono diretti verso via Nazionale, sede della Banca d’Italia e poi verso il ministero dell’Economia. “Ma parliamo dei contenuti della manifestazione, di quello che sta succedendo in Italia”, dice Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione comunista. Il suo partito aderisce al movimento degli indignati. “Questa storia di cosiddetti ambienti del Viminale che fanno circolare voci su infiltrati e disordini ogni volta che c’è una manifestazione, deve finire, siamo al boicottaggio. Stiamo lavorando pancia a terra per la riuscita, le nostre strutture di partito sono a completa disposizione del movimento che si batte contro il liberismo selvaggio, quello pornografico di Berlusconi e quello in giacca e cravatta dei Montezemolo, Della Valle e Profumo”. Anche Italia dei Valori sarà in piazza, “sperando che sia una grande manifestazione pacifica”, dice un dirigente che non nasconde la preoccupazione di eventuali infiltrati alla ricerca dello scontro. Ci sarà anche la Fiom di Maurizio Landini, “ma saremo presenti in un pezzo di corteo con gli operai Fincantieri, Fiat di Pomigliano e Termini Imerese, ma non tocca a noi la responsabilità dell’intera manifestazione”, precisa un sindacalista. Sel, il partito di Nichi Vendola, ci sarà, “i nostri – precisa un dirigente – saranno presenti nel corteo, ma non abbiamo voluto mettere il cappello politico ad una manifestazione che deve essere autonoma dai partiti”.

Assieme alla preoccupazione (alcuni monumenti saranno blindati), qualche dichiarazione di troppo. “Non vi è nessun allarme, mi auguro che si dissenta in maniera democratica. Ma vorrei soprattutto capire cosa viene proposto. Sento solo proteste”, è il commento che il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, affida ai giornalisti. Cauto il capo della Polizia. ”Noi siamo in piazza non per contrastare i manifestanti ma per assicurare loro la libertà di espressione garantita dalla Costituzione”. Le prossime, è la riflessione del Prefetto Manganelli, saranno “giornate calde” dal punto di vista dell’ordine pubblico e le forze di polizia spesso sono chiamate a “compiti di supplenza” della politica “che manca di affrontare o affronta male le questioni sociali. Il compito delle forze dell’ordine “è quello di creare il giusto equilibrio tra il diritto al dissenso e la garanzia di chi vuole continuare a vivere normalmente. Useremo la forza quando incontreremo la violenza ma prima ancora useremo la testa per cercare di lasciare a tutti la possibilità di esprimere il proprio pensiero”.

da Il Fatto Quotidiano del 14 ottobre 2011

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