Gli Aldrovandi non parteciperanno alla festa nazionale della polizia prevista il 29 settembre a Ferrara nella ricorrenza del patrono San Michele Arcangelo. La notizia è stata rilanciata dalle agenzie, ma la decisione presa da Patrizia Moretti risale a oltre un mese fa. E i motivi sono ancora più remoti.

Già il 12 agosto la madre di Federico Aldrovandi scriveva sul suo blog che “noi continueremo a nutrire profondo rispetto per quella divisa oltraggiata da quei quattro condannati e da tutti coloro che l’hanno usata per difenderli tentano invano di nasconderli alle loro responsabilità . Noi pregheremo anche San Michele Arcangelo, ma lo faremo il 25, quattro giorni prima, durante la messa in memoria di nostro figlio che non c’e più”.

E i motivi veri del “gran rifiuto” non sono da ricondurre al corpo delle forze dell’ordine. “Alla messa non andrò perché ad officiarla sarà il vescovo di Ferrara Paolo Rabitti”. È la spiegazione che Patrizia Moretti consegna al fattoquotidiano.it

Per capire il rancore verso il capo della diocesi estense bisogna risalire a qualche anno addietro. Precisamente alla fine del 2005, inizio 2006. Federico era morto da pochi mesi e la famiglia cercava disperatamente una sponda per ottenere verità e giustizia, un megafono al quale affidare la propria voce. La chiese alla curia, domandando di incontrare Rabitti. Non la ottenne. Solo mesi dopo l’incontro avvenne, ma non per volere del vescovo. Fu il parroco Domenico Bedin a organizzare il faccia a faccia all’insaputa del suo superiore.

Proprio don Bedin, il sacerdote che convinse l’unica testimone oculare del processo a raccontare davanti a un giudice ciò che aveva visto dalla finestra del suo appartamento in via Ippodromo (la testimone, Anne Marie Tsague, camerunense, è stata tra l’altro premiata in questi giorni a Ferrara come “cittadina responsabile” nell’ambito della Festa della legalità). Sempre don Bedin in altra occasione, la presentazione romana del libro “Aldro” di Francesca Boari, denunciò un altro ostracismo della curia nei confronti del caso Aldrovandi: “il giorno della manifestazione nazionale, a un anno di distanza dalla morte di Federico, si scelse di tenere le porte del duomo chiuse e io ricevetti una telefonata “paterna” con la quale mi fu cortesemente vietato di parteciparvi”.

Ecco allora che oggi la decisione dei genitori di Federico è chiara: “Non andremo; se fosse stata un’altra persona a officiare, magari quel cardinal Tonini che invece ci è stato tanto vicino, la scelta sarebbe stata diversa”.

Gli Aldrovandi festeggeranno quindi a modo loro, il 25 settembre, a sei ani esatti dalla scomparsa del loro figlio. E lo faranno coinvolgendo la città con un incontro dal titolo “Il reato invisibile. La tortura: una lacuna nella legge italiana” (alle 20 in Sala Estense).

Interverranno, oltre a Luigi Manconi, Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferrulli, tutte donne accomunate dalla perdita di un loro caro per mano di forze di polizia. Al termine si terrà un sit-in in via Ippodromo.

Quanto al 29 settembre, una finestra rimane aperta. Quella dell’augurio di poter incontrare il capo della polizia: “ci piacerebbe incontrare il prefetto Manganelli al quale non abbiamo mai nascosto la nostra grande stima e il profondo rispetto per l’istituzione che rappresenta”.

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