La Cina è un continente. Per dimensioni, diversità di ambienti naturali e di genti si potrebbe paragonare all’intera Europa. Qui primo, secondo e terzo mondo convivono, spesso nello stesso condominio. Cambiare quartiere può voler dire cambiare città. Viaggiare per la Cina può voler dire fare un viaggio nel tempo.

La settimana scorsa ho preso un mojito all’ottantasettesimo piano di un grattacielo di Shanghai. Qualche giorno dopo ero in campagna, le donne chine nelle risaie sterminate e i buoi che impastavano l’argilla. Di uomini in età da lavoro veramente pochi. Tutti in città con il caschetto giallo a costruire la Cina del futuro: Zhongguo fazhan, lo sviluppo cinese.

Poi c’è il mondo virtuale: l’intranet cinese, il grande Firewall, la censura e i modi per scavalcarla. I cinesi che navigano in Internet sono attualmente 480 milioni (quasi quanto gli utenti di Stati Uniti, India, Brasile Russia e Canada messi assieme) e ogni mese aumentano di cinque milioni. I neitizens cinesi vivono in città, sono giovani, ben educati e benestanti. A loro piacciono soprattutto i social network e i servizi di microblogging.

Le notizie in rete si accavallano e gli internauti cinesi sono avidi lettori e commentatori. Girando per le strade di Pechino ci si accorge di come la densità di smartphone sia molto più alta di quella che si riscontra per le strade di Roma o di qualsiasi altra città italiana. Qui sono tutti su Weibo (il Twitter cinese) a commentare la cronaca. Non si parla di politica certo, ma di problemi pratici.

Se prima erano gli intellettuali a guidare le discussioni, oggi sono i consumatori. Sono loro che si interrogano quale prezzo stanno pagando per costruire la nuova Cina. Mi rimarrà sempre impresso nella memoria il commento di un utente di Weibo a seguito del disastro ferroviario di Wenzhou: “Se un paese è corrotto al punto che un singolo fulmine può provocare un disastro ferroviario, […] nessuno può definirsi estraneo al problema. La Cina contemporanea è un treno che attraversa una tempesta di fulmini. Nessuno di noi è un semplice spettatore, siamo tutti passeggeri”.

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