Un album nato camminando per le strade di Milano, attraverso i grandi spazi e la velocità di una metropoli dove tutto sembra possibile, e riflettendo su amore e amicizia, sulle persone e le cose che mutano intorno rapidamente, tra sentimenti contrastanti che portano alla ricerca di un giorno ideale in cui il premio può consistere nella certezza di non essere abbandonati o di vivere in un luogo a cui si è affezionati. Il disco Prize Day è nato così, come reazione alla malinconia trovando vitalità nelle linee di basso e nei tempi di batteria pulsanti, sui quali sono state scritte le canzoni. Il ritmo ha poi permesso di scrivere in modo propositivo e ottimistico. Vittorio Tolomeo cantautore siciliano, dopo un’esperienza musicale durata un decennio con i Noema, band da lui stesso fondata, è autore di un album che rappresenta il suo lungo percorso sul quale si è incamminato nonostante gli ostacoli, le illusioni e le domande sui valori fondamentali della vita quali l’amore e l’amicizia. “Mi piace pensare a Prize Day come un disco romantico e speranzoso, frutto del lavoro di uno scrittore di canzoni in movimento musicalmente ossessionato”.

Rimane un piacevole mistero scoprire come una sequenza di note e accordi possa recare il marchio inconfondibile di una persona e il modo in cui se ne risaltano i vezzi caratteristici: Prize Day è un ottimo disco di sano rock che racconta non solo Vittorio Tolomeo e il suo mondo, ma anche un sentimento collettivo diffuso nelle coscienze giovanili. Quello di una disillusione dai tratti malinconici e sentimentali che riesce ad incarnare alla perfezione con intelligenza e gran forza d’animo. Abbiamo intervistato il giovane rocker per saperne di più di lui e della sua musica.

Vittorio potresti parlarci brevemente di te e della tua carriera artistica?
Ho incominciato a suonare a Messina, città dove sono cresciuto. Noema è la band dove ho suonato più a lungo. Abbiamo avuto due esperienze discografiche con l’etichetta indipendente Toast e Rai Trade. Una canzone, Aria, è stata sigla di Demo Rai1. Poi mi sono trasferito a Milano ed è lì che prende forma il mio progetto solista dapprima con dei concerti acustici. In seguito ho registrato Prize Day, il mio primo album, che ha trovato una distribuzione negli USA e in Canada. Un paio di canzoni hanno trovato spazio in radio di diversi Paesi europei, America e Australia.

Qual è stato fino ad ora il momento più emozionante della tua carriera?
Il momento più emozionante l’ho vissuto quest’anno a Londra. Era la seconda volta che suonavo nella capitale britannica nel giro di un mese. Quella sera era speciale per diversi motivi. Mio padre era morto da pochi giorni, volli suonare ugualmente. Con la band facemmo un grande concerto, le barriere mentali che ci separavano dagli altri gruppi inglesi che suonavano quella sera, caddero definitivamente. Gli apprezzamenti del pubblico e delle altre band furono sintomatiche. Se le canzoni comunicano qualcosa, anche se non hai l’accento cockney, tutto è possibile. Ringrazio ancora i musicisti che suonano con me, Andrea Viti, Alessio Russo, Giovanni Calella. Fu durante quella serata che conobbi personalmente il manager americano con cui ero in contatto da tempo e che poi mi ha messo sotto contratto.

Il tuo Prize Day è un disco molto introspettivo, rabbioso, anche di denuncia. Ti consideri un rocker combattente?
Se per rock combattente intendi quello che portavano avanti i Clash, e Joe Strummer in prima persona, credo di no. Non parlo di stile musicale, ma di motivazioni e spiritualità, che in quel periodo, hanno fatto sfociare quell’attitudine in qualcosa di grande. Anche se in un certo senso penso che il rock, con diverse modalità, stia sempre combattendo contro qualcuno o per qualcosa. In Italia per esempio sono sessant’anni che combatte per affermarsi!

C’è comunque una linea sottile tra arte, coscienza ed interessi. L’attivismo di John Lennon e lo slogan Give peace a chance, il Live Aid, i concerti per Mandela e Amnesty International fanno tutti parte della storia del rock che ha messo al centro dell’attenzione questioni reali, e si è mobilitato per lanciare un grido di rabbia e fare qualcosa di concreto. Che poi sia servito anche agli artisti per avere un’esposizione maggiore non è una cosa che mi disturba. Piuttosto mi infastidisce che gli U2 non paghino le tasse nel loro paese dopo il grande impegno di Bono per delle nobili cause.

Fra le tue canzoni in quale ti identifichi di più?
You don’t stop. È una canzone sul fantastico mistero che spinge un musicista a suonare, un atto d’amore verso i musicisti e uno sguardo romantico sul tempo che scorre. L’adrenalina e la passione non sono intaccate dal tempo. I versi iniziali sono la stessa domanda che ho sentito rivolgere a un quindicenne e a un sessantenne… hai davvero intenzione di fare la coda tutto questo tempo per assistere al concerto in prima fila? L’unica risposta è l’eccitazione e lo sguardo che traspaiono in queste occasioni, a qualsiasi età… dicono tutto.

Quali sono i tuoi musicisti di riferimento? C’è un disco che ti ha segnato artisticamente?
Ti posso dire che nei miei ascolti quotidiani non manca mai almeno uno di questi artisti: Patti Smith, Joy Division, Bob Dylan, Sly & the Family Stone, Bruce Springsteen, Beatles, Who, Velvet Underground, Talking Heads, Van Morrison, o artisti della Motown anni Sessanta e Settanta. Uno è impossibile! Permettimi di menzionare i seguenti dischi a pari merito: Born to run di Bruce Springsteen, White Album dei Beatles, Remain in light dei Talking Heads, Easter di Patti Smith e London Calling dei Clash.

Da cosa dipende la scelta di comporre per Prize Day testi esclusivamente in inglese?
A questo proposito vorrei dire che ognuno dovrebbe esprimersi cercando di preservare il momento magico e unico della creazione. La fluidità lirica di Prize Day per me era in inglese, o poteva scaturire da un titolo in francese come Sauve moi mon amour. Non ho ragionato su quale linguaggio è più musicale o se è giusto o sbagliato per un italiano cantare in inglese. Del resto se i belgi o gli islandesi lo fanno, non capisco perché per un italiano dovrebbe essere precluso. Prediligo l’inglese perché ho cominciato a scrivere canzoni in inglese, mi viene abbastanza naturale, forse per la forza evocativa più che per il solito concetto della sua musicalità.

Vasco Rossi ha annunciato il suo ritiro dalle scene, almeno live, mentre Ligabue sembra ormai non abbia molto da dire se non ripetersi… Credi ci sia qualcuno oggi in grado di rimpiazzarli?
Bè, rimpiazzare dei personaggi che riempiono gli stadi in Italia sarà dura finché le case discografiche non rinnoveranno i loro cataloghi investendo un minimo sulle nuove proposte… la verità è che Vasco Rossi e Ligabue non scrivono niente di interessante da anni, però le case discografiche riescono a ‘pomparli’ alla grande e a fare terra bruciata attorno a loro, facendo apparire come degli sfigati alternativi chi propone qualcosa di diverso dalla canzonetta sanremese. I discografici attuali non hanno capito che c’è un mercato enorme attorno alle band di culto. Basti pensare a quante persone comprano i cd, a prezzi ragionevoli, ai concerti. Se lavorassero sugli artisti senza snaturare la loro essenza e dandogli uno spazio adeguato, tutti ne trarrebbero vantaggio…

Per chi volesse saperne di più su Vittorio Tolomeo e la sua musica andate sul suo sito ufficiale o sul suo Myspace. Come sempre, Vive le Rock!

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