di Silvia Truzzi

Cinquant’anni fa, o giù di lì. Andrea Camilleri, una sigaretta dietro l’altra, non ricorda l’anno in cui conobbe Leonardo Sciascia (oggi ricorre il ventennale della scomparsa). Ma è l’unica cosa che dell’amico non sa dire. Tutto il resto, qui di seguito. Nuvole di fumo, lampi negli occhi, l’intraducibile tono della voce, l’Isola nella pronuncia e nel cuore: una conversazione sulla Sicilia, a ritmo di narrazione.

Com’è stato l’incontro Sciascia-Camilleri?

 

Cominciammo ad avere dei contatti quando io ero all’ufficio sperimentazione della Rai. Gli chiesi se poteva stendere la traccia di uno sceneggiato perché riguardava il primo delitto di mafia nel quale erano coinvolti politica, finanza e banche. Disse che non se la sentiva perché il materiale era troppo. Poi cominciammo a frequentarci perché io dovevo mettere in scena la riduzione teatrale del Giorno della civetta. Poi continuammo a frequentarci perché io facevo il regista di quattro puntate a lui dedicate di un programma che s’intitolava Uno scrittore e la sua terra. Poi ci siamo visti anche privatamente per i fatti nostri. Poi gli portai del materiale su un fatto di sangue accaduto nel mio paese pensando che potesse ricavarne uno dei suoi libretti aurei, lui mi restituì tutto, dicendo: Ma perché non lo scrivi tu? Poi mi convinse a scriverlo e me lo fece pubblicare da Elvira Sellerio, facendo la bandella. Era La strage dimenticata. Abbiamo sempre avuto un rapporto di amicizia. Ma tengo a precisare, onde evitare gelosie, che io ero un amico di Sciascia di secondo grado. Perché ci sono gli amici di primo grado, quelli ai quali si fanno confidenze. E io non appartenevo a questa cerchia. Ero nella cerchia immediatamente dopo, tra quelli che lo chiamavano Leonardo e non lo chiamavano Nanà, come facevano gli amici intimi.

E di cosa parlavate?
 

Parlavamo di tutto. Di politica, di Stendhal, del fatto del giorno. E polemizzavamo. Non era un’amicizia tranquilla. Ci trovavamo in disaccordo su molte questioni. Per esempio la politica. Per esempio un’azzuffatina notevole avvenne in occasione del sequestro Moro. Renato Guttuso, che era fraterno amico di Sciascia (fino a quel momento, perché di lì a 15 giorni non si salutarono più), l’invitò ad andare a trovare Berlinguer insieme con lui. E trovarono un Berlinguer distrutto: Berlinguer pensava che il rapimento Moro – ancora non era stato ammazzato –, fosse il frutto di una felice collaborazione tra il Kgb e la Cia. E non ci era andato tanto lontano, il povero Berlinguer. Naturalmente Sciascia scrisse un articolo sul Corriere della Sera. Naturalmente Berlinguer non potè far altro che smentire. Lo strappo con l’Unione Sovietica c’era stato, ma un po’ di cordone ombelicale era rimasto. Berlinguer disse: Sciascia ha equivocato. E Leonardo: Ma come? Era presente Renato Guttuso, che può confermare. Guttuso era membro della direzione del Pci e si schierò con Berlinguer: ma no, Leonardo ha frainteso. Bell’amico mi disse dopo Leonardo a proposito di Guttuso. E io a lui: No, bell’amico tu. Perché? E io: perché se sei amico fraterno di Guttuso e sai che Renato è membro della direzione del Pci ed è un comunista convinto , non lo tiri in ballo. Lo tieni lontano da questa faccenda, altrimenti lo metti in difficoltà. Voi comunisti siete tutti uguali. E da qui cominciò un litigio che fortunatamente si risolse nel giro di pochi giorni, dato che non eravamo amici di primo grado. Perché se fossimo stati amici di primo grado penso che il litigio sarebbe stato assai più serio.

Perché le prese di posizione di Sciascia – sulla mafia e sul sequestro Moro, per esempio – hanno suscitato dibattiti così violenti?
 

Erano controcorrente. Ma non erano controcorrente per partito preso. Uno può essere pierino, che dice sempre di no. Sciascia non era pierino, Sciascia ragionava. Era di una lucidità intellettuale che pochi hanno avuto in Italia. Quindi andava a finire che le sue conclusioni urtavano ferocemente contro le conclusioni ufficiali, che non erano dettate dalla ricerca della verità, erano in genere dettate da un accomodamento. A questo accomodamento Sciascia non ci stava. Si poteva permettere il lusso di dire non ci sto, perché così come era severo verso i terzi era severo verso se stesso.

L’indipendenza intellettuale è la sua più importante lezione?
 

È una delle sue più importanti lezioni. Sciascia è sempre politico, è politico anche quando scrive romanzi: Todo modo è un romanzo politico. Altrimenti non si capisce perché uno scrive un romanzo, Il contesto, definendolo romanzo, e provoca una violenta reazione da parte del Partito comunista. Uno scrive Todo modo, che è il requiem della Democrazia cristiana, e suscita polemiche. Erano politici i suoi romanzi, politici i suoi articoli. Lui era un uomo naturaliter politico. Poi c’è il momento in cui, dalla politica fatta in qualità di scrittore, diventa politico attivo perché si presenta alle elezioni (sempre come indipendente, sia nel Pci sia con i Radicali). Che cos’è il partito per Sciascia? La stessa cosa che è per Enrico Mattei. Enrico Mattei diceva: il partito politico mi serve come un tram, ci salgo sopra perché mi deve portare da qualche parte. Leonardo Sciascia adopera il partito allo stesso modo, solo che i suoi fini sono totalmente diversi. Non sono fini utilitaristici, come per Mattei. Sono la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero, senza dover condividere le opinioni del conduttore del tram.

E le altre lezioni?
 

Sempre questa costante attenzione alla vita sociale e politica del paese. Non c’è stato un momento in cui Leonardo si sia distratto per contemplare il proprio ombelico. Oggi moltissimi letterati italiani non fanno altro che contemplare il proprio ombelico. Voglio dire che lui è stato sempre utile alla società nella quale viveva. Chiaro?

Parliamo della Sicilia. Sciascia l’ha vissuta anche come un problema.
 

C’era la questione della sicilitudine, che a lui stava sulle palle come sta a me. È un termine coniato da una definizione di Léopold Sédar Senghor, presidente del Senegal. Lui parlava di negritudine. Ma c’è una grossa differenza tra negritudine e sicilitudine. E applicare un concetto così ristretto come quello di negritudine non gli andava. La sicilitudine è il lamento che il siciliano fa di sé. Vittorio Nisticò fece un giornale leggendario che era l’Ora di Palermo. Vittorio diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie. I siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Il siciliano di scoglio è quello che riesce ad allontanarsi fino al più vicino scoglio. Il siciliano di mare aperto invece prende il largo e se ne va. Leonardo era un siciliano di scoglio, non c’è dubbio. Però il suo scoglio era così alto che lui da lassù poteva guardare il mondo. Non riusciva a stare lontano dalla Sicilia. La prima volta che andò a Parigi mi dissero: Leonardo si è beccato tre influenze di fila e se ne sta chiuso in albergo. Gli telefonai: Come ti senti? Risposta: Male assai. E gli chiesi: Per l’influenza? Sì, sì l’influenza. Ma poi sentimmi ghittato ‘ca a Parigi. Capito? Buttato qua a Parigi, come se fosse stato in esilio in un paese del Terzo mondo. Sicilitudine è una condizione segnata con l’evidenziatore da alcuni particolari. È, come dire, un gusto compiaciuto per l’essere isolati, per il sentirsi diversi. Invece non lo siamo, diversi. Siamo semplicemente separati dalla terra ferma. La questione divenne la sicilianità, soprattutto per quanto riguarda i caratteri negativi: la sicilianità è molto semplicemente il prodotto di 13 o 14 dominazioni diverse che si sono susseguite in Sicilia. È il senso dell’isola. I siciliani di queste 13 dominazioni hanno preso il meglio e il peggio. Quindi si sono creati un carattere prismatico, cioè assolutamente contraddittorio. Tra persona e persona, tra siciliano e siciliano. Uso una bellissima immagine di Vitaliano Brancati: ci sono il signor Rossi e il signor Bianchi, tutti e due di Catania, tutti e due abitanti nello stesso condominio. Ma li divide il pianerottolo e passare il pianerottolo è come fare una traversata atlantica. Tutto questo coacervo di situazioni, di modi di pensare e agire, fa la sicilianità intesa come complessità. La contraddizione è sempre presente. Non a caso Leonardo aveva pensato, in un primo tempo, di fare scrivere sulla propria tomba: visse e si contraddisse. Poi cambiò idea e fece scrivere: ce ne ricorderemo di questo pianeta.

Mafia e antimafia: due parole sui professionisti dell’antimafia.
 

Sciascia non era dentro le segrete cose della magistratura. Qualcuno lo informò che era cambiato il meccanismo di promozione dei giudici. Prima venivano promossi in base all’anzianità. Si cambiò con Borsellino: secondo i vecchi criteri la promozione non gli spettava. Venne nominato procuratore in base alla specifica conoscenza che aveva della mafia. E questo Leonardo lo reputò un errore. E fu un errore di Leonardo. Come si dice: ha toppato, perché mica era Dio. E mica è stata l’unica volta. Quello che posso garantire io, è che le sue erano toppate in assoluta buona fede. Infatti, quando gli spiegarono come stavano le cose, si precipitò a scusarsi con Borsellino. Leonardo non aveva capito che nel caso della mafia l’unica strada è la specializzazione.

Sciascia letterato: qual è il suo valore?
 

Questo è molto discusso. Per me è stato uno dei maggiori letterati del Novecento, assieme a Carlo Emilio Gadda. Molti gli rimproverano una scrittura professorale. Non è così. Il suo italiano, che sembra accademico, è una lingua che lui affilava quotidianamente per farne qualche cosa che somigliasse a un bisturi.

La prima delle Lezioni americane di Calvino: la leggerezza.
 

Non a caso erano amici.

Classifica dei libri di Sciascia.

 

Il più bello in assoluto è Il Consiglio d’Egitto, perché mette in campo drammaticamente la condizione dell’essere siciliani. Il libro è diviso in due parti separate da un intermezzo – proprio intitolato Intermezzo – in cui il Viceré siciliano, che non è siciliano, chiede a un notabile siciliano: ma come si fa a essere siciliani? Per dire che il libro è incentrato sulla natura e sullo spirito dei siciliani. Io ho trovato una risposta a quella domanda. Vuole saperla? Si fa con l’ironia. Poi Candido e poi Porte aperte. Certo, c’è Il giorno della civetta. Ma è uno di quei libri che non avrei voluto fossero mai stati scritti. Ho una mia personale teoria. Non si può fare di un mafioso un protagonista, perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del Giorno della civetta, giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce con l’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue. Questi sono i pericoli che si corrono quando si scrive di mafia. La letteratura migliore per parlare di mafia sono i verbali dei poliziotti e le sentenze dei giudici. Saviano è riuscito a dimostrare che si può scrivere un libro – non un romanzo perché è una cosa diversa – e mostrare la camorra per quello che è. Ma è un caso isolato.

Già nei primi anni Ottanta Sciascia manifesta una grande preoccupazione per la deriva della politica verso il malaffare. Oggi cosa scriverebbe?
 

Forse non scriverebbe proprio nulla. Quando tu hai una tale e vasta conferma di quello che avevi intuito sarebbe avvenuto, ti cascano le braccia. Di Leonardo sento la mancanza, ma certe volte sono contento che non ci sia più. Perché penso: Poveraccio, se ci fosse ancora. Almeno non deve vedere tutto questo.

da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009