Silvio Berlusconi dice: “Mai pensato al voto anticipato”. Dovrebbe essere una dichiarazione rassicurante, dopo il grande strappo. Invece è una correzione tattica che scongiura momentaneamente la precipitazione di una crisi, ma non seda le polemiche nel centrodestra. Anzi. Mentre il presidente del Consiglio fa retromarcia sull’affondo di Renato Schifani, nella coalizione, su almeno tre diversi fronti, si aprono crepe profonde che evidenziano un malessere ormai strutturale. In serata, dopo un voto di fiducia sulla privatizzazione della gestione delle reti idriche, a cui la maggioranza era stata costretta dai tanti distinguo (soprattutto della Lega) in tutti gli ordini del giorno successivi si è scatenato il cecchinaggio dei dissidenti, e il governo è andato ripetutamente sotto. Qualcosa di più di un campanello d’allarme, un avvertimento. Giri per i corridoi del Parlamento, come se si attraversassero i teatri di posa di un set cinematografico,e ti rendi conto che cambia la scena, ma il copione del Pdl sembra lo stesso ad ogni ciak e su tutti i set: la maggioranza parlamentare più solida dal dopoguerra ad oggi sta implodendo da dentro,entra in fibrillazione da se, come se fosse afflitta da un male occulto.

La beffa del mappamondo
Su tutte le altre, una immagine plastica di ieri dava subito l’idea di quello che sta accadendo in queste ore. Al quarto piano della Camera dei deputati c’era Gianfranco Fini che rilanciava ancora una volta la sua piattaforma di nuova cittadinanza per gli immigrati. Al piano terra c’era Umberto Bossi che abbassava il ponte levatoio e sparava contro a palle incatenate. La Camera, ieri era diventata ancora una volta il teatro di un durissimo duello differito tra Berlusconi e Fini. Ma poi anche fra Bossi e Fini, e fra la Lega e Forza Italia. Anche perché, prima dell’acqua, prima dell’immigrazione, e prima del testamento biologico (che arriva tra breve in forma di emendamento a Montecitorio), il vero nodo del contendere resta quello del processo breve. Se c’è un punto su cui Berlusconi non è disposto ad accettare defezioni da parte del suo alleato è quello. E su cosa accadrà in Aula di questo testo (che per il premier rappresenta ormai una questione di vita o di morte, oltre che di immagine), ancora non c’è certezza. Terrà l’accordo? Ci saranno emendamenti dei falchi? Entrambi gli schieramenti ostentano sicurezza. I berlusconiani continuano a ripetere che Fini è ormai un generale senza truppe e che si piegherà, mentre i finiani ribattono: “E sulle elezioni anticipate chi è che ha fatto un passo indietro?”. Ecco perché ai margini del convegno sull’immigrazione i finiani (quasi tutti presenti) cantavano vittoria: “Le elezioni anticipate – spiega Italo Bocchino – non possono essere una posizione politica: Berlusconi ha dovuto riconoscerlo”. Subito dopo il vicecapogruppo del Pdl aggiungeva: “Il processo breve, così come è stato presentato al Senato lo votiamo”. Entrambi gli schieramenti alternano il bastone e la carota. Ma il vero problema è che troppo spesso, ormai, sia Fini sia il Cavaliere si ritrovano uno di fronte all’altro, con il bastone in pugno. Nella sala del Mappamondo, Fini ieri esibiva un campione del suo nuovo “popolo”, il mondo che ha raccolto intorno a sé: invitati stranieri, corrispondenti internazionali, arabi, africani e proposte avanzatissime. Ai piani bassi del Palazzo cova la rabbia dell’anima berlusconiana del Pdl contro le iniziative del presidente della Camera.

Effetto Ben Ammar
Ma il vero tocco di “perfidia”, di Fini, è l’esibizione di un relatore di eccezione sull’integrazione multiculturale. Si tratta di Tarak Ben Ammar. Che come è noto (e come ricorda lui stesso) è uno dei migliori amici e soci di Silvio Berlusconi. Ma che ieri era il testimonial convinto della linea dell’ex leader di An sull’integrazione, l’uomo che con la sua storia personale ricordava: “Io sono uno che ha imparato l’italiano a nove anni guardando in tv ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Manzi. Ma che con le leggi di oggi non sarei potuto venire nel vostro paese. Avete celebrato la caduta del Muro di Berlino. Ma purtroppo – concludeva Ben Ammar – ne avete eretto un altro: il muro del Mediterraneo”. Il successo di Ben Ammar, e gli applausi che lo hanno sommerso ieri, la fila del pubblico per congratularsi con lui, il capannello delle televisioni in coda per una intervista sono il segnale che Fini non è poi così isolato. Il discorso del presidente della Camera, subito dopo, è di grande spessore. E, ovviamente, è tutto centrato su una sfida culturale. E’ il centrodestra, dice il presidente della Camera, che deve trovare un nuovo modello di convivenza “dopo i fallimenti dell’assimilazionismo francese, che ha prodotto la rivolta dei giovani immigrati di seconda generazione, e quello del Londonistan, che ha covato dentro di se il proselitismo di al Qaeda”. Ma poi, a tratti, il discorso di Fini diventa una vera e propria requisitoria contro le miopie della sua coalizione: “E’ eresia? E’ scandalo pensare che i giovani della generazione Balotelli, che parlano il dialetto meglio dell’italiano debbano essere esclusi dalla cittadinanza?”. La sua risposta ovviamente è no. E infatti la parte finale dell’intervento diventa un j’accuse definitivo: “Non si può condannare qualcuno a non avere una identità”. E infine, rivolgendosi chiaramente alla Lega: “Le chiusure contro l’identità sono contro il buonsenso, contro la logica, contro i valori, contro… la stessa idea di interesse nazionale”.

Gli ordini del giorno
Scendi di tre piani, nel cuore del Palazzo, e trovi l’Aula incandescente: 180 ordini del giorno da votare, diventano uno sfogatoio del malessere accumulato nelle diverse anime del centrodestra per tutta la giornata, fino a produrre un vero e proprio colpo di scena, nel teatro della rottura. Per un’ora e mezza, dopo la fiducia sull’acqua, la maggioranza tiene di misura: per cinque, per quattro, per tre voti. Poi, improvvisamente, inizia a sfaldarsi: il governo va sotto una prima volta. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Mentre Lupi presiede, i capigruppo di maggioranza provano a richiamare i deputati della coalizione. Ma nulla cambia, e alla fine il governo va sotto per ben sei volte. Sconfitte simboliche, certo. Ma pesanti. Al punto che il ministro Ronchi non deve provare a mettere una pezza. Si alza e dice: “Il governo accetta tutti gli ordini del giorno come raccomandazione”. Un ennesimo colpo di scena. Se non altro perché veniva dallo stesso ministro che poche ore prima aveva dato parere negativo su tutti.

da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2009