“Non è altro che un incentivo a rinunciare al pasto. O, peggio ancora, a mangiare mentre si è alla conduzione del treno merci” dice a ilfattoquotidiano.it Giorgio Pischedda, rappresentante nazionale del sindacato di base Orsa, unica sigla a non avere sottoscritto l’accordo nazionale firmato in estate da tutti gli altri sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Fast e Ugl) e da Mercitalia Rail, società del gruppo Ferrovie dello Stato che si occupa di personale e materiale rotabile. Ad Orsa non piace questo accordo che va ad aumentare da 7,7 a 18 euro il compenso forfettario riconosciuto al macchinista nel caso in cui rinunci alla pausa pranzo. Un’intesa che richiama il contratto nazionale della Divisione cargo, che al punto 2.7.5 dell’articolo 13 (sull’orario di lavoro) recita così: “Qualora in gestione, per effetto del ritardo del treno, non sia possibile effettuare la pausa programmata per la fruizione del pasto, la stessa potrà essere riprogrammata al termine del servizio”, purché intercetti determinate fasce (11/15-18/22). “Se non riesco a pranzare prima delle 15 – semplifica Pischedda – il pranzo potrebbe diventare la cena”. E qualora non si riesca a desinare in nessuna delle due fasce, perché in servizio, il lavoratore – si legge nel contratto – ha la facoltà di chiedere il “riposizionamento della pausa all’interno della prestazione lavorativa”. Il che potrebbe comportare, però, un ulteriore ritardo di un treno già in ritardo. E ove non eserciti il “riposizionamento, al lavoratore sarà riconosciuto il compenso forfettario”.

“In fase di trattativa si era partiti da un obbligo, poi si è arrivati ad una possibilità. Per questo l’accordo è stato condiviso da quasi tutte le sigle sindacali di concerto con l’azienda”, spiega Angelo Cotroneo, Uil Trasporti. E poi, si lascia forse scappare il sindacalista, “alla fine il lavoratore che può fare? Prende l’aumento e riesce pure a mangiarsi un panino. Così ci guadagna ancora lui”. Contattata in merito, la Direzione Risorse Umane di Mercitalia preferisce non rilasciare dichiarazioni. “Le previsioni dell’accordo sono un fatto molto grave”, secondo Pischedda. “È lesivo per la salute non alimentarsi adeguatamente o mangiare ad orari irregolari o peggio ancora mangiare panini tutti i giorni. E meno che mai è salutare mangiarli a bordo di locomotive tra polveri e sporcizia varia”. E cita il caso limite di un macchinista che inizia il turno, ad esempio di 11 ore, alle 10.30. Avendo solo brevi pause di 15 minuti durante la giornata, non sufficienti per scendere dal treno e mangiare, si trova ad arrivare a fine turno, alle 21.30, con lo stomaco ancora vuoto.

La notizia dei cosiddetti ‘panini volanti‘ è finita su Ancora in marcia, storica voce dei macchinisti, periodico a cadenza variabile nato nel 1908, poi chiuso e rinato negli anni Ottanta. Non solo il pasto, anche il sonno, i turni, le “continue aggressioni di cui sono piene le cronache”. Più che gli aspetti squisitamente economici, al sindacato preoccupano le condizioni di lavoro del personale. “Va bene lo stipendio – dichiara Pischedda – ma la priorità è lavorare in sicurezza, e possibilmente non prendere botte”. Il sindacalista vede nella ‘privazione‘ della pausa pranzo lo step di un percorso di sottrazione dei diritti. “Si comincia da qui, e così tutto il resto diventa lecito”. Su Ancora in marcia, foglio redatto dagli stessi macchinisti, anche se non necessariamente iscritti al sindacato, si cita il recente episodio di cronaca che ha visto protagonista un conducente della metropolitana di Roma. Il quale, mentre stava mangiando a bordo del mezzo, non si sarebbe accorto della donna rimasta incastrata tra le porte del treno. “Invitiamo cittadini, magistratura e forze dell’ordine a non puntare il dito contro i lavoratori, come fatto di recente per l’episodio di Roma, ma a rivolgersi ai reali mandanti: imprese e sindacati complici”.