di Davide Borrelli*, Angela Pelliccia**

Discutere di valutazione nel nostro Paese, oggi, richiede una radicale operazione di ecologia semantica e di manutenzione delle parole. Lo stesso termine “valutazione”, infatti, si adopera oggi impropriamente per designare uno specifico dispositivo di New public management utilizzato a fini di governo piuttosto che nella sua tradizionale accezione di strumento di riflessività formativa e scientifica. Basta scorrere alcune pagine che il pedagogo Aldo Visalberghi scrisse oltre sessanta anni fa, introducendo in Italia lo studio della valutazione.

Mai – ammoniva Visalberghi – la valutazione avrebbe dovuto essere impiegata sulla base di un’impostazione gerarchica tesa a “istituire (per mezzo di essa) una sorta di classismo o castalismo aggiornato” (1955, pagina 12). Del resto – chiosava l’illustre pedagogista non potendo evidentemente immaginare l’uso distorto che se ne sarebbe fatto oggi – si tratta di una “disciplina talmente complessa e consapevole della selva di interrogativi in cui si muove, che difficilmente verrebbe in mente a qualcuno che ne sia minimamente informato, di farne un uso così sciocco come quello di dividere per suo mezzo le persone in intelligenti e stupide e di determinare così la loro destinazione sociale” (ibidem).

Ebbene, un’analoga istanza di rettifica semantica si dovrebbe far valere anche a proposito di alcuni miti d’oggi che sono sbandierati non meno scioccamente nei discorsi sulla valutazione scolastica, sulla valutazione dell’università e della ricerca (Borrelli 2016): “premialità“, “meritocrazia“, “eccellenza“, ad esempio, sono tutte espressioni utilizzate in modo tendenzioso e mistificante. Un premio finanziario è qualcosa che si dovrebbe dare in aggiunta ai fondi ordinari, e non una minore riduzione degli stessi. La meritocrazia (Young 1958) prefigura una distopia sociale piuttosto che un ideale di equità cui aspirare. L’eccellenza è un concetto relazionale tale per cui, se si riuscisse a fare in modo che tutti i ricercatori davvero la raggiungessero, essa neanche esisterebbe come idea: la ricerca, come la conoscenza del resto, è per definizione qualcosa di costantemente incompiuto e perfettibile, alla quale sarebbe quanto meno velleitario attribuire la qualifica di “eccellente“.

In tempi di offuscamento semantico, è importante ribadire con forza alcuni principi inderogabili. Uno di essi riguarda il fatto che la valutazione non può che essere parte della stessa attività di ricerca, nonché patrimonio delle comunità scientifiche che la esercitano secondo le proprie specifiche consuetudini epistemiche. In quanto tale, la funzione valutativa non dovrebbe essere sequestrata da un’agenzia paragovernativa né surrogata artificiosamente attraverso un insieme di criteri eteronomi e di misurazioni di “produttività” fondamentalmente estranee alle singoli tradizioni disciplinari e ai relativi sistemi di apprezzamento scientifico.

Si pensi, ad esempio, ai docenti delle scuole che allenano gli studenti per la soluzione delle prove invalsi, oppure alla classificazione delle riviste nei cosiddetti settori non bibliometrici, per cui di un articolo scientifico ormai si rinuncia a giudicare l’eventuale contributo all’avanzamento delle conoscenze per limitarsi a verificare se la rivista che lo ospita è di fascia A o meno. L’esercizio di Valutazione della qualità della ricerca (Vqr), ad esempio, viene svolto allo scopo di dirottare maggiori risorse finanziarie verso quelle strutture accademiche dove si farebbe migliore ricerca. Ma questa non è mai stata la motivazione di chi fa ricerca, e non per caso. Né tanto meno dovrebbe essere la finalità di un legislatore che voglia disegnare l’università del futuro (De Martin 2017) con l’obiettivo di “fornire una educazione di qualità, equa ed inclusiva”, secondo quanto previsto dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile sottoscritta nel 2015 in sede Onu.

Ma quali sono allora i reali fondamenti e quali le vere funzioni che la valutazione di stato assicura dal momento che i suoi asseriti effetti in termini di miglioramento della qualità della ricerca nel suo complesso sono tutt’altro che chiari e unanimemente riconosciuti?

Continua su Economia e politica

*Università del Salento

**Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

12 ottobre, perché abolire il Columbus Day

next
Articolo Successivo

Il contastorie, storie di spiritualità e di elettricità

next