Giuseppe Ferdico, “re dei detersivi” di Palermo, a marzo si era visto confiscare l’azienda attiva nella grande distribuzione e una serie di beni per un valore di oltre 450 milioni di euro. Ma l’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, il commercialista Luigi Miserendino, ha continuato a fargli gestire i supermarket e il centro commerciale che fa parte del gruppo. Per questo entrambi, insieme ad altre tre persone, sono stati arrestati dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo con le accuse di intestazione fittizia di beni, favoreggiamento personale e reale e estorsione aggravata dal metodo mafioso. Miserendino, che avrebbe affittato il centro commerciale a un prestanome dell’imprenditore, è ai domiciliari mentre in carcere sono finiti Ferdico, Francesco Montes, Pietro Felice, Antonino Scrima.

“L’amministrazione giudiziaria era ridotta al mero simulacro“: così il gip di Palermo riferendosi il ruolo dell’amministratore giudiziario. Dalle intercettazioni emerge chiaramente come Miserendino sapessa che Ferdico continuava a gestire il patrimonio sequestrato: dalle buste paga dei dipendenti alla scelta dei fornitori. “Lo so, lo so, lui neanche dovrebbe metterci piede lì. Secondo lei perché io ho affittato questo posto? Perché non ci voglio combattere (avere a che fare ndr)”, diceva l’amministratore giudiziario a un interlocutore che lo sollecitava a prendere provvedimenti per evitare le ingerenze di Ferdico.

“Per me il signore Montes (socio occulto del commerciante, ndr) è il titolare, del resto non voglio sapere nulla io come vede non mi immischio. Lasciamoli fare”, aggiungeva. Miserendino era stato nominato amministratore giudiziario dall’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale Silvana Saguto, indagata, poi, per corruzione proprio nell’ambito di una inchiesta sulla cattiva gestione dei beni confiscati. In quel caso, però, Saguto aveva imposto all’amministratore giudiziario una serie di obblighi e di controlli sulle attività di Ferdico che Miserendino ha disatteso. La procura, infatti, gli contesta anche la violazione del provvedimento del magistrato.

La decisione di confiscare i beni a Ferdico era stata presa dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo presieduta da Giacomo Montalbano, confermando un sequestro del 2012. Processato e assolto nel 2014 dall’accusa di concorso in associazione mafiosa, è ritenuto comunque dagli inquirenti vicino al clan mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale e “socialmente pericoloso”. L’assoluzione non gli ha dunque evitato le misure di prevenzione. I giudici palermitani hanno messo i sigilli al suo patrimonio (immobili, società e conti) e gli hanno applicato la sorveglianza speciale per tre anni e mezzo con obbligo di soggiorno a Palermo. “All’ascesa imprenditoriale di Ferdico – scrissero i magistrati – risulta associata la costante capacità di meritare la fiducia di numerosi esponenti di spicco della consorteria tanto da inserirsi a pieno titolo tra i riciclatori del denaro di una delle famiglie mafiose più radicate nel tessuto economico della città come quella dell’Acquasanta”.

Per i suoi legali la decisione della confisca era stata “fondata su scelte di stampo para sociologico, disancorata dagli atti processuali”. Le indagini patrimoniali, condotte dalla Finanza, sono state coordinate dai sostituti procuratori della Dda Roberto Tartaglia e Annamaria Picozzi.. “Il quadro indiziario, allo stato delle indagini, è particolarmente allarmante”, dicono gli investigatori delle fiamme gialle. “All’interno del centro commerciale – spiegano – si era di fatto consolidato un clima di omertà e sottomissione proprio di contesti delinquenziali di stampo mafioso, nell’ambito del quale i soggetti arrestati eludevano i provvedimenti dell’Autorità giudiziaria, continuando a compiere azioni illecite, protetti da un’amministrazione giudiziaria compiacente”.