Ha fatto missioni in Libano, Somalia, Bosnia, Kosovo, Jugoslavia, Iraq e Afghanistan. Ma è stato in Italia, un morto in tempo di pace, a segnarlo per sempre. Il colonnello dei Paracadutisti Vittorio Lino Biondi, 56 anni, da due anni in riserva dopo 35 di servizio, era capitano dei parà della Brigata Folgore quando, nella sua caserma, a Pisa, la recluta Emanuele Scieri, 26 anni, cadde di notte in circostanze mai chiarite dalla torre di asciugatura dei paracadute e fu ritrovato, tre giorni dopo, morto. Le accuse rivolte a ignoti – omicidio colposo, forse un episodio di nonnismo terminato tragicamente – non ha finora mai trovato conferma. Ma oggi che la procura di Pisa, dopo 18 anni, ha riaperto le indagini, Biondi risponde al FattoQuotidiano.it e dice chiaramente come la pensano lui e “molti colleghi” paracadutisti.

Che idea vi siete fatti sul caso Scieri?
La mia idea, condivisa da molti colleghi, è che c’è uno sgradevole, inaccettabile, veramente molto brutto accanimento per riaprire a tutti i costi questo caso perché non si è fatta giustizia. Ci può essere qualcuno che è una mela marcia, come in tutti i settori. Deve essere individuato e perseguito. Ma la vedo difficile che, se ci fosse stato, sia sfuggito alla Procura finora: hanno fatto anni di indagini, controlli, verifiche, hanno intercettato tutti i telefonini della caserma, tutti. E non è uscito niente. Forse proprio perché non c’era niente che doveva uscire, perché semplicemente non c’era.

La Commissione parlamentare di inchiesta continua a parlare di omertà.
E’ umiliante, siamo stati attenzionati come criminali, complici, e, la parola più sgradevole, omertosi. Purtroppo non riusciamo a togliercelo di dosso. C’è stato un accanimento in un’unica direzione, mai suffragato da una prova provata. Il nome della caserma e il nostro è stato macchiato per sempre. Non hanno mai trovato prove e dicono che siamo noi a coprirle, che siamo omertosi. Allora le due verità che peso hanno? Questa parola non mi appartiene.

Lei è contrario a nuove indagini?
Siamo in democrazia, ben vengano. Il nostro scopo è fare chiarezza e paradossalmente avremmo preferito che ci fosse un colpevole, sarebbe stato più semplice, in modo da metterlo al muro e additarlo, dire: “È lui la carogna”. Così invece è ricaduto il sospetto su tutti, è inaccettabile.

Qual è secondo lei la verità?
Non è dimostrabile, però la mia valutazione è che lui abbia cercato di raggiungere un punto più elevato per telefonare. Ci sono tracce di chiamate in uscita che non agganciano il ponte in quei momenti prima della morte. Nel ’99, il ponte radio che in questo momento è funzionante, non era attivo perché era in costruzione. Nel piazzale non c’era campo. Quindi, un’ipotesi, ed è plausibile, è che lui possa essere salito su un punto alto per cercare di avere più campo e telefonare. Ripeto, questa è una mia personale ipotesi.

E le ferite alle mani e ai piedi che secondo la Procura Militare di La Spezia possono essere compatibili con gli scarponi?
C’è la possibilità ma non c’è la certezza. Lui purtroppo è caduto nel posto più rovinoso della caserma: un deposito di materiale ferroso fuori uso che aveva spigoli, era tagliente, duro.

Perché, se era scomparso, non è stato cercato?
Non era scomparso, era assente al contrappello. Molti ragazzi entravano in caserma e poi riuscivano per farsi una birra lì vicino, o per comprare le sigarette. A quell’epoca era assolutamente normale: si chiama libera uscita, uno può entrare e uscire quante volte vuole. Alle 23:30 si chiude il cancello: se sei dentro, sei presente, se sei fuori sei assente in contrappello. Non si va a cercare. Non era solo lui che mancava, ma tante altre persone, soprattutto la sera di ferragosto, perché la gente magari rimaneva a Viareggio, al mare.

Se ci fosse stato un incidente, con altre persone coinvolte, qualcuno se ne sarebbe accorto?
Sì e lo avremmo salvato.

Perché ve ne saresti accorti?
Perché avrebbero dato l’allarme.

Chi?
Chi fosse stato eventualmente presente.

Se chi era presente aveva paura e non parlava?
E sarebbe sopravvissuto alle inchieste e ai controlli dei telefonini? E chi è, il genio del male italiano? Sono stati infiltrati due carabinieri giovanissimi nelle camerate per sentire i discorsi e le confidenze. Li hanno cercati a casa quando si sono congedati. Sono state fatte, giustamente, le indagini più severe, intense e accurate che potessero essere fatte. E allora chi siamo noi, una centrale del crimine? E’ impensabile che qualcuno sia colpevole e che si sia portato dietro un rimorso del genere.

Come è possibile che non sia stato trovato per tre giorni?
In quel periodo facevamo la sorveglianza diretta delle aree sensibili, come le armerie, i depositi, le camerate, le aree comandi, che sono controllati in maniera significativa, e quella saltuaria del perimetro, che ha una vigilanza meno attenzionata, per problemi di economia delle forze. C’era una pattuglia che girava tutta la notte, passava anche a quindici metri dalla torre, ma non hanno visto il corpo di Scieri perché tutta la zona era coperta da una tela verde.

La madre di Emanuele Scieri dice che non le hanno fatto vedere il corpo del figlio per tre giorni. Perché?
Non ne so niente, se c’erano motivi legali o meno.

Il nonnismo c’era in quella caserma?
C’è stato, purtroppo è sgradevole e inaccettabile e io l’ho sempre combattuto, ma non c’entra niente con la vicenda di Scieri. Queste sono le medaglie (ne tira fuori 19 da una borsa, ndr) che ho preso io in 35 anni di servizio. Sono pronto a restituirle tutte, in particolare quella di Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana, se venisse fuori una sola prova provata di una compromissione delle istituzioni su questa vicenda. La restituirei subito perché non sarei degno di portarla se fossi stato insieme a qualcuno che ha avallato o coperto questo terribile incidente. E andrei a sputare in faccia a chi ha fatto una cosa del genere. Ma solo se verrà trovata una prova provata! Altrimenti credo che sarebbe onesto e corretto, da parte di tutti, accettare la valutazione della Procura anche quando questa non è gradita. La Giustizia non va accettata solo quando piace, ma quando è giusta. Con tutto il rispetto per Emanuele Scieri, che era uno dei nostri, non lo dimentichiamo.