La serie A vista da qui, a testa in giù, dall’ultimo posto della classifica, potrebbe apparire oggi come un’impresa titanica e senza soluzione per il Benevento. Osservata da questa angolazione, dal sediolino in fondo alla lista delle squadre, il campionato della massima serie potrebbe ergersi come un’altura particolarmente ardua da scalare. E invece no.

Dallo scanno del settore distinti, col sole in faccia e i “puozz passà nu guaio!” del vicino scagliati sui terzini, la vostra inviata al Vigorito, con sguardo da outsider e caffè Borghetti, può testimoniare che un cambiamento di scenario è in atto.

Sebbene, infatti, nemmeno Benevento-Inter abbia liberato la squadra sannita dalla solitudine del numero zero e dalla crudeltà dei punteggi che regola ogni graduatoria, nuovi e più positivi sentimenti si agitano da ieri sugli spalti: il tragico quotidiano delle ultime partite si sta smaterializzando giacché la palla, dopo una collezione di pali e traverse, è finalmente entrata in rete.

In altre parole, il Benevento sta abbandonando la natura tragica delle ultime dispute per conservare, in comune coi drammi di Eschilo, soltanto due aspetti che producono variazioni nella trama e forse nella psiche, ma non dispensano l’angoscia profonda dei match più recenti.

La prima cifra che accomuna il Vigorito al teatro di Epidauro è la presenza del deus ex machina che, da quest’anno, aleggia su tutti stadi per essere invocato all’improvviso (o non essere invocato affatto) a sbrogliare la vicenda: il Var. Che paura!

Acronimo di Video Assistant Referee, come ogni divinità che si rispetti, è misterioso e invisibile e, come gli angeli, incerto nel genere o, semplicemente, gender fluid. Sta avanti.

Imponderabile, il Var ha inibito l’umano nel nominarlo invano poiché non è chiaro quale articolo determinativo prediliga: l’Accademia della Crusca prescrive l’utilizzo del maschile, tuttavia se l’uso è il linguaggio, per dirla con Wittgenstein, capiremo come apostrofarlo soltanto a conclusione dell’ultima giornata di campionato (e, ad ogni modo, in quanto ente immateriale, non potremo mai dargli del cornuto).

Calato in campo, il Var stabilisce dunque chi ha ragione e chi ha torto, chi muore, chi è in fuorigioco, chi deve chiedere scusa, chi deve andare a vivere nel Peloponneso. Fallo di mano, vai via da Tebe, fine della storia!

Il secondo tratto che unisce la partita del Benevento al dramma dell’antica Grecia è l’effetto catartico della rappresentazione: durante lo spettacolo, il pubblico percorre sentimenti ondivaghi di gioia e di terrore, di esaltazione e di pietà e, attraverso le sofferte vicissitudini dei propri eroi in pantaloncini, libera l’animo per meditare, in fila all’uscita dello stadio, sul senso della vita, sul dolore, sul destino individuale e collettivo. In un silenzio tombale.

Sarà un’esagerazione, tuttavia non ho mai riflettuto tanto sull’idea di sconfitta come nelle ultime giornate di campionato e su quanto, poi, non tutto possa dirsi effettivamente perduto. Ho meditato a lungo sull’importanza di chi ti incoraggia e, anche dopo sette sconfitte, nei momenti difficili, ti applaude – ah, come sarebbe bello se, ognuno di noi, avesse nella vita di tutti giorni la tifoseria che ha il Benevento!

Giacché non demordere e procedere, oltre le cadute fisiologiche, è il più importante insegnamento dello sport.

Ps: La terza edizione del Premio Stregone va alla signora col cappello che mi ha placcato, tra il primo e il secondo tempo, dicendomi: “Tu sei Tacchetti? Allora, ascolta: devi scrivere che il Benevento è sfortunato! Troppo! Hai capito? Scrivilo come vuoi tu, non mi interessa, ma devi dire che siamo troppo sfigati, va bene?! Lo devono sapere tutti. Tutti! Scrivilo!”.

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