Assolti anche in secondo grado gli imputati per la vicenda con al centro il cosiddetto “sistema Sesto”, tra i quali l’ex presidente della Provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, Filippo Penati, accusato di corruzione e finanziamento illecito. Lo ha deciso la Corte d’Appello di Milano che ha scagionato anche l’architetto Renato Sarno e Bruno Binasco e la società Codelfa. Tutti erano già stati assolti in primo grado.  “Mi sono ripreso la mia vita” ha commentato Penati. “Oramai le assoluzioni non le conto più”. La sentenza è stata accolta in aula da un applauso da parte degli imputati presenti, tra cui l’architetto Renato Sarno, Antonino Princiotta e l’imprenditore Piero Di Caterina. Nel dicembre 2015 il tribunale di Monza aveva assolto oltre a Penati, anche il suo ex braccio destro Giordano Vimercati (per il quale la sentenza era già diventata definitiva), lo stesso Sarno, ritenuto dai pm monzesi il collettore di tangenti, Princiotta, ex segretario generale della Provincia di Milano, e tra gli altri Bruno Binasco, ex manager del gruppo Gavio, l’ex ad di Milano Serravalle Massimo Di Marco e anche la società Codelfa.

Le accuse a vario titolo erano corruzione (di cui ora sono prescritti i due capi di imputazione che riguardano il Sitam e l’immobile di via Varanini mentre è rimasto in piedi quello delle presunte mazzette relative alla Milano-Serravalle) e solo per Penati, finanziamento illecito ai pariti (vicenda, questa, per la quale a Milano i suoi coimputati sono stati assolti). Gli episodi di concussione per le presunte “stecche” sulle concessioni edilizie per le aree ex Falck e Marelli di Sesto San Giovanni, in sostanza il cuore delle indagini, vennero dichiarati prescritti già nel 2013.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici avevano scritto che in realtà nel processo era stata provata “l’esistenza del Sistema Sesto“, come “‘luogo di incontro’ tra gli interessi di imprenditori spregiudicati” e “le esigenze di finanziamento della politica” e, in particolare, “degli eredi del Pci, che da sempre amministravano Sesto San Giovanni”. Ma mancava la prova che Filippo Penati avesse “compiuto in cambio di denaro o altra utilità atti contrari ai doveri d’ufficio”. Ed anzi – scrisse il tribunale – la Procura di Monza, nella sua “ricerca della tangente” e di soldi illeciti mai trovati in indagini “lacunose”, ha portato avanti una tesi “in contrasto con il principio della presunzione d’innocenza“.

L’indagine era scattata nel 2011 e aveva portato alle dimissioni di Penati da capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani allora segretario del Partito Democratico. Il processo si era concluso alla fine del 2015. I giudici nelle motivazioni avevano spiegato “che questo processo non ha avuto a oggetto, se non in modo marginale, il cosiddetto ‘Sistema Sesto’, cioè quel ‘sistema’ di illecito finanziamento della politica e di mercimonio delle funzioni pubbliche, riferito dagli imprenditori sestesi Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini e afferente, a loro dire, i progetti di
riqualificazione urbanistica ed edilizia delle aree industriali dismesse Falck e Marelli“. Per questa vicenda, infatti, con al centro l’accusa di concussione e che era il cuore  dell’indagine, era già stata dichiarata nel 2013 la prescrizione per Penati ed altri, mentre per alcune posizioni, tra cui quella dell’ex assessore comunale di Sesto Pasquale Di Leva, c’erano stati patteggiamenti. Penati era rimasto imputato per corruzione per i casi Codelfa-Serravalle e Sitam e per finanziamento illecito ai partiti per quello della fondazione Fare Metropoli.

Il tribunale, tuttavia, evidenziò che né Di Caterina né Pasini, ritenuti dalla Procura i ‘grandi accusatori’ di Penati, “hanno riferito in dibattimento di avere versato a Penati ‘tangenti'”. Non si può, anzi, “escludere” che “le dichiarazioni” di Di Caterina “siano state in qualche modo condizionate da acrimonia o spirito di rivalsa verso Penati”. Per i giudici “stupisce” anche che Di Caterina “non ricordi e non sia in grado di indicare precisamente quanti soldi avrebbe ‘prestato’ a Penati nel corso degli anni”. In dibattimento ha parlato di “3,5 milioni di euro” e nelle indagini “di 2,5 milioni”. Nei rapporti durati anni tra Penati e Di Caterina si potrebbero ravvisare, a detta del tribunale, profili di “vischiosità” e di “inopportunità”, ma ciò “attiene alla sfera
dell’etica e non del penalmente rilevante”. Su quest’ultimo piano, conclusero i giudici di primo grado, tutte le “indagini patrimoniali su Penati e sui suoi familiari alla ricerca di fondi illeciti detenuti dallo stesso per sé o per il Partito Comunista Italiano prima e Democratici di Sinistra poi” hanno avuto “esito negativo“.