La legge Severino aveva spazzato via il cuore dell’indagine sul Sistema Sesto con la conseguente dichiarazione di prescrizione per gli imputati. Filippo Penati aveva dichiarato che avrebbe rinunciato al vantaggio piovutogli addosso con la legge Severino, ma in assenza di quella rinuncia il 28 febbraio del 2014 aveva confermato che troppo tempo era trascorso per sanzionare la concussione. E così a Monza ai giudici è toccato decidere sul resto. E per gli imputati era arrivata l’assoluzione.

Nelle motivazioni i magistrati scrivono che “sistema Sesto” esisteva, ma le prove contro l’ex presidente della Provincia ed ex sindaco di Sesto San Giovanni non erano sufficienti. Nei rapporti, durati diversi anni, tra l’ex presidente della Provincia di Milano e l’imprenditore Piero Di Caterina si potrebbero ravvisare profili di “vischiosità” e di “inopportunità, ma ciò “attiene alla sfera dell’etica e non del penalmente rilevante”. Dal punto di vista penale, i giudici del Tribunale di Monza sottolineano “l’insufficienza delle prove raccolte a sostegno dell’ipotesi accusatoria, che, peraltro, riguarderebbe fattispecie delittuose ampiamente prescritte“.

I giudici nelle motivazioni comunque “premettono che questo processo non ha avuto a oggetto, se non in modo marginale, il cosiddetto Sistema Sesto“. Che è da “intendersi come “luogo di incontro” tra gli interessi di imprenditori spregiudicati, pronti a “oliare” gli ingranaggi della pubblica amministrazione sestese per realizzare speculazioni immobiliari milionarie sulle aree industriali dismesse più vaste d’Europa, le esigenze di finanziamento della politica (in specie degli eredi del PCI, che da sempre amministravano la città di Sesto San Giovanni) e gli appetiti voraci di amministratori e dipendenti pubblici, che videro negli interventi edilizi realizzabili su quelle aree un’irripetibile occasione di illecito arricchimento”.

“È, peraltro, doveroso da subito evidenziare – argomentano i giudici – che in questo contesto né Di Caterina né Pasini hanno riferito in dibattimento di avere versato a Filippo Penati “tangenti” per il compimento di atti a loro favorevoli da parte dello stesso o dell’ amministrazione da lui presieduta quale sindaco: Di Caterina in più occasioni ha ribadito di avere solo finanziato la politica (o meglio prima il PCI e poi il PdS/DS) tramite “prestiti” al suo amico Filippo Penati, che di quel partito era indubbiamente a Sesto San Giovanni l’esponente più illustre; Pasini, che politicamente apparteneva alla fazione avversa a quella di Penati, ha dichiarato di avere finanziato negli anni, in qualità di imprenditore, tutti i partiti politici sestesi, sia di maggioranza che di opposizione, ma ha riferito all’amministrazione comunale successiva a quella presieduta da Penati le attività di mercimonio della funzione pubblica e le richieste al suo gruppo imprenditoriale di farsi carico di una serie di costi…”

Non si può inoltre “escludere” che “le dichiarazioni auto ed eteroaccusatorie” dell’imprenditore Piero Di Caterina, uno dei grandi accusatori di Penati, “siano state in qualche modo condizionate da acrimonia o spirito di rivalsa verso Filippo Penati”. All’inizio di giugno del 2010, scrivono i giudici, “Di Caterina si sentiva abbandonato da coloro che per anni aveva ritenuto i suoi referenti politici e che nel momento del bisogno gli stavano voltando le spalle”. Per il collegio “stupisce”, tra l’altro, che Di Caterina “non ricordi e non sia in grado di indicare precisamente quanti soldi avrebbe ‘prestato’ a Penati nel corso degli anni”. In dibattimento ha parlato di “3,5 milioni di euro”, e nelle indagini “di 2,5 milioni di euro”. In più punti della sua ricostruzione “non v’è chi non veda – scrive il Tribunale – come i conti non tornino”.

I giudici hanno preso anche in prestito un’espressione usata da una delle difese, ossia la “ricerca della tangente” da parte dei pm per sottolinearela mancanza di prove. Le indagini, scrive il collegio, “hanno riguardato anche i rapporti bancari dallo stesso intrattenuti all’estero, ma non hanno consentito di provare il suo ruolo di collettore di tangenti/finanziamenti illeciti e tantomeno di gestore a titolo fiduciario delle finanze occulte di Filippo Penati, essendo rimaste le affermazioni del pm sul punto illazioni prive di riscontro”.

I giudici, anzi, sottolineano “il pregiudizio con cui è stata scandagliata dagli inquirenti l’attività professionale dell’architetto Sarno”. E chiariscono che l’ormai noto “file excel sequestrato presso lo studio” dell’architetto “rappresenta solo un indizio del fatto che detto imputato si sia adoperato, come peraltro da lui pacificamente ammesso, per raccogliere finanziamenti per la campagna elettorale di Filippo Penati”.

“Per i giudici i conti non tornano, i miei accusatori inattendibili e mossi da voglia di vendetta. Infondate le accuse di tangenti anche per la compravendita delle azioni Serravalle – dice Filippo Penati -. Sono soddisfatto che nelle 190 pagine i giudici dichiarino acclarata la mia estraneità al Sistema Sesto, che ritengono successivo al mio mandato di sindaco”. “I giudici hanno accolto appieno le argomentazioni esposte dal mio difensore, Matteo Calori. Per tutte le accuse sono stato assolto perché il fatto non sussiste – ha aggiunto – Come io stesso ho da sempre sostenuto, anche il Tribunale bolla le indagini della Procura come lacunose, superficiali, originali.  “La stessa Procura, scrivono i giudici, sostenne che il non aver trovato miei conti all’estero non dimostrasse che non ci fossero, violando il diritto alla presunzione d’innocenza – continua Penati -. E pensare che la Procura, sulla base di questo teorema, voleva addirittura arrestarmi”.

“Anche il collegio giudicante scrive che i miei accusatori erano mossi da ‘acrimonia e spirito di rivalsa’, come io stesso avevo ipotizzato – afferma ancora Penati – Per i giudici ‘i conti non tornano': chi mi accusava infatti non ha neanche saputo ricordare le cifre che aveva inizialmente detto di aver versato”. “Infine i giudici dichiarano che sia stata provata ‘in modo univoco la legittimità della procedura per l’affare Milano-Serravalle per l’A7′. Mentre giudicano ‘infondata’ l’ipotesi investigativa di una tangente per l’acquisto da parte della Provincia delle azioni Serravalle da Gavio“.