di Lorenzo Zanotti*

Al di fuori dei confini nazionali il dibattito sulla necessità di introdurre un reddito di base è acceso. Si tratta, nella sua essenza, di un’idea piuttosto semplice: assicurare incondizionatamente a ogni persona un reddito sufficiente a garantirle un’esistenza libera e dignitosa.

Utopia o meno, sta di fatto che Oltreoceano tale proposta ha progressivamente guadagnato il consenso di studiosi e personalità collocate ai poli opposti dello spettro politico, nonché, sorprendentemente, di numerosi imprenditori della Silicon Valley. D’altro canto, progetti pilota per la sua sperimentazione sono già in corso in Olanda, Kenya e Finlandia, e avranno presto inizio anche in Canada, Scozia e Francia.

È forse arrivato il momento, anche in Italia, di avviare una discussione seria sul tema, rifuggendo banalizzazioni e pregiudiziali ideologiche.

Perché proprio ora? Il reddito di base non è certo un’idea nuova. A partire dalla sua teorizzazione da parte di Thomas More in Utopia (1516), la possibile introduzione di un reddito universale è affiorata con andamento carsico nel corso del tempo, emergendo in corrispondenza di periodi di forte tensione socio-economica.

L’impetuoso sviluppo tecnologico pone oggi il mercato del lavoro dinanzi a una delle più grandi sfide che la storia ricordi.

Le ricerche differiscono per percentuali e tempistiche, ma concordano su un punto: entro qualche anno una parte significativa dei lavori di oggi potrebbe non esistere più, in quanto soppiantata da sistemi di automazione – con buona pace di milioni di lavoratori, che si vedrebbero estromessi dal mercato del lavoro o costretti a un radicale mutamento delle proprie mansioni.

In questo contesto non appare stravagante immaginare un reddito di base universale, che possa essere finanziato (quantomeno in parte) da coloro che beneficeranno maggiormente delle nuove tecnologie, creando profitto dal lavoro delle sole macchine.

Vi sono altre ragioni che potrebbero giustificare l’introduzione di un reddito di base. Si pensi, ad esempio, all’alta percentuale di donne che svolgono, parzialmente o a tempo pieno, lavoro non pagato in ambito domestico e familiare. O, ancora, a quei milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, rimanendo ai margini del mercato del lavoro, per le quali un reddito minimo servirebbe a garantire il più fondamentale tra i diritti, quello all’esistenza.

Nessuna ingenuità o facile entusiasmo: la via verso il reddito di base – ammesso che se ne possa trovare una – è disseminata di ostacoli.

La prima e più significativa obiezione riguarda i costi. Elevati(ssimi), se si vuole che il reddito erogato abbia un impatto significativo. Quantificarli è difficile, anche perché le stime avanzate sinora riguardano paesi stranieri, con Pil e sistemi assistenziali assai diversi da quelli italiani. Di certo, molto dipende dalla capacità del reddito di base di sostituire altre misure di welfare meno efficaci, operando una redistribuzione di risorse che non penalizzi le categorie più deboli. È tuttavia quasi impossibile ipotizzare l’introduzione di una simile misura senza un cospicuo incremento della pressione fiscale, il che appare oggi difficilmente sostenibile.

Meno fondati sembrano essere invece i timori di chi sostiene che il reddito di base dissuaderebbe molte persone dalla ricerca di un’occupazione. Alcuni studi mostrano infatti come tale effetto sia assai più modesto di quanto non si creda. Ciò poiché la quasi totalità della popolazione attribuisce al lavoro una funzione di realizzazione personale difficilmente rinunciabile. Il reddito di base, peraltro, creerebbe una rete di sicurezza che potrebbe agevolare chi intenda avviare un’impresa propria, o coloro che scelgano di dedicarsi ad attività meritevoli ma non direttamente lucrative, quali lo studio, il volontariato o la politica.

Non manca, poi, chi punta il dito sul possibile incremento del fenomeno migratorio. Al momento, evidenze che quest’ultimo sia favorito dalla generosità del sistema di welfare del paese ospitante non sembrano esservi; ma l’introduzione del reddito di base potrebbe cambiare le cose. Per tale ragione, vi è chi ipotizza che quest’ultimo possa essere riconosciuto solo dopo un certo periodo trascorso sul suolo nazionale mentre altri, tagliando la testa al toro, parlano direttamente di “reddito di cittadinanza”.

Queste, e molte ancora, sono le questioni che rimangono aperte. Spazio per soluzioni facili o aprioristiche non ve n’è: occorrono studi, esperimenti, valutazioni politiche e sociali. Avanzino dunque scettici e visionari, purché il dibattito abbia inizio – è ora di prendere il reddito di base un po’ più sul serio.

*Avvocato giuslavorista, all’inizio del mio percorso professionale. Sono romagnolo, ma vivo e lavoro a Milano.

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